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settembre 21st, 2013
[de]costruttivismo.

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architettura di Paolo La Farina

Rem Koolhaas

Rem Koolhaas

Frank O. Gehry

Frank O. Gehry

La voglia di uscire dalla cultura degli anni 50 ha portato alcuni artisti a lanciarsi in progetti architettonici per la maggior parte volutamente irrealizzabili che esprimevano però una ricerca e una forte volontà sperimentale. La pop-art e l’architettura, infatti, non si sono mai sposati completamente. E’ difficile parlare di un’architettura “POP”. Dopo la parentesi fortunatamente breve dell’architettura postmoderna, alla fine degli anni ottanta nasce finalmente una nuova tendenza, che verrà poi definita decostruttivismo. Il primo a fare uso di questo termine è l’architetto statunitense Philip Johnson che definisce la nuova tendenza architettonica “Deconstructivist Architecture”. Ne facevano parte architetti come Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenman, Zaha Hadid, e altri come il gruppo Himmelb(l)au.

Daniel Libeskind

Daniel Libeskind

Geometrie instabili, forme disarticolate e decomposte, spazi deformati, asimmetrie, assenza di canoni estetici tradizionali. Queste in estrema sintesi le principali caratteristiche degli edifici progettati da questi architetti che sembrano voler “decostruire” piuttosto che costruire. Una variante alla linea intrapresa dal movimento russo “costruttivista” preso come punto di riferimento.

Lo spazio e il tempo diventano padroni dell’architettura. L’organicità del vivere, del muoversi, del fare si materializza in forme che presuppongono uno sviluppo temporale per la loro fruizione. Per percepire queste architetture è necessario muoversi al loro interno. In ogni istante si colgono nuove forme, nuove suggestioni, nuovi volumi percorribili. Lo spazio si deforma continuamente. Nessun punto di vista è privilegiato. Il fruitore determina attraverso il proprio movimento l’architettura stessa.

Zaha Hadid

Zaha Hadid

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