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sport – di Mihai Vidroiu

 

Nel mondo del calcio ognuno ha i propri idoli, le proprie eccellenze, le proprie formazioni indimenticabili, ma al di là delle proprie opinioni c’è un contesto particolare che ha fatto della perfezione un obiettivo, dell’estetica una filosofia, del sublime uno strumento per oltrepassare ogni limite. Senza girarci troppo attorno il Barcellona è probabilmente il punto di riferimento dell’universo calcio, ma a differenza di altre grandi società come i vicini del Real Madrid o la macchina perfetta Bayern Monaco, è riuscita a rievocare in ere diverse cicli vincenti che nel tempo vengono ricordati ancor più che per il numero di trofei, per la qualità del loro gioco. In Catalogna c’era un tempo in cui la ricerca del successo arrivava tramite l’accumulo di titoli, com’è normale che sia, finché arrivò un uomo che scalzò tutti i precedenti precetti e chiese ai blaugrana di seguire una filosofia ancor prima che un titolo, chiese a una delle squadre di punta del calcio spagnolo di seguire una fede per poter diventare il centro di questo universo.

Quest’uomo, purtroppo poco conosciuto in Italia, si chiama Laureano Ruiz e può essere definito il punto di partenza di quello che oggi rappresenta il mondo Barça. Di fatto è uno degli allenatori più longevi e influenti di questo sport, avendo iniziato ad allenare a sedici anni una squadra giovanile del Nuevo Montaña, barrio di Santander, e considerando che oggi – 77 anni lo scorso 21 ottobre – ancora allena. Ma definirlo un semplice allenatore è riduttivo, è stato un calciatore, un dirigente, un innovatore, un filosofo del calcio. Pur avendo giocato fino a 28 anni, non ha mai smesso di allenare i settori giovanili tra un allenamento e l’altro, e proprio in questo ambiente porrà le basi di molti assunti che oggi alla Masia sono imprescindibili. Basti pensare che in oltre cinquant’anni ha avuto modo di allenare oltre 26mila calciatori, ma se gran parte della sua carriera l’ha trascorsa al Racing di Santander, i suoi anni sei anni in Catalogna sono stati una pietra miliare del calcio nella penisola iberica.

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Tutto inizia il 15 aprile 1972 quando il Barcellona Juniores perde la finale di Coppa della Catalogna di categoria contro il Damm, squadra giovanile del quartiere Nou Barris di Barcellona, fondata dall’omonima industria di birra. Intervistato a caldo il presidente Agustí Montal, presente all’incontro assieme a Rinus Michels, padre del “calcio totale” e allenatore della prima squadra, dichiara: «Dobbiamo fare qualcosa, questo non possiamo permetterlo! Va bene perdere, ma non contro una fabbrica di birre! No, questo assolutamente no!». Così viene ingaggiato Laureano Ruiz, allenatore dei Giovanissimi del Racing, che porta al club una ventata di idee rivoluzionarie.

A iniziare dalla scelta dei calciatori: la caratteristica predominante deve essere la tecnica e non il fisico. Può sembrare una banalità ma all’epoca, a prescindere dalle qualità del giocatore, nessuno sotto al metro e ottanta poteva ambire a giocare in Primera División, e Ruiz fu il primo, a dispetto delle molte critiche soprattutto all’interno della stessa società, a prediligere il talento. In secondo luogo nella modalità degli allenamenti: niente sessioni atletiche e solo esercizi con il pallone, secondo tabù sfatato. «La corsa è l’anti-calcio, perché allenarsi sulla corsa prolungata se i calciatori, durante una gara, corrono a sprazzi alternando sprint e accelerazioni a pause e palle inattive?» suole sostenere Ruiz. Detto fatto, giocare col pallone permette di affinare la tecnica e al tempo stesso migliorare la resistenza atletica con sessioni più intense. Così inventò il torello, le partitelle in cui non si poteva tirare ma entrare nella porta col pallone, quelle in cui chi portava palla poteva correre solo verticalmente, e lentamente il modello Barça prendeva forma. Terzo assioma il modulo: il 3-4-3, essendo a capo della massima categoria giovanile, impone lo stesso modulo tattico a tutto il settore giovanile, dettame che tutt’oggi è pedissequamente utilizzato nella cantera azulgrana, con la piccola modifica al 4-3-3. In modo che ogni giocatore fosse educato al modo di giocare della prima squadra per poter crescere i propri talenti fin dalla tenera età.

Per Laureano Ruiz il calcio è come una lingua: «invece della coordinazione fonetica v’è quella motoria» e crede ciecamente che come «qualsiasi bambino impara una lingua in pochi mesi senza saperne la grammatica, mentre suo padre non ci riesce molto facilmente pur conoscendone le regole, nel calcio è identico, ai bambini bisogna insegnare il linguaggio calcistico affinché capiscano il gioco, che è la cosa più importante». Già, il gioco. Dalle sue pillole di gioco il Barcellona di Cruyff prima e di Guardiola poi trasformeranno questa squadra in un meccanismo sublime basato su pochi principi. Avete mai sentito dire «puntiamo ad avere il possesso palla il più possibile perché se noi abbiamo il pallone significa che non ce l’hanno loro e perciò non possono segnarci»? Inutile sottolineare chi fu il primo a fondare su questo precetto il proprio gioco. Dominio del centrocampo mediante circolazione della sfera, giocatori che devono saper giocare a memoria, ma non come un freddo algoritmo, non esiste uno schema rigido che conduce la palla dai tuoi piedi alla porta avversaria, più come un’euristica in cui ogni calciatore, grazie alla sua lettura del gioco, sceglie di volta in volta quale sia la cosa migliore da fare in base ai dettami del proprio allenatore.

Trasformare il calcio da un gioco di contatto basato sullo scontro fisico al meraviglioso sport in cui ogni interprete può fare la differenza grazie alla sua intelligenza e al suo talento è un’operazione nata più di mezzo secolo fa alla Masia, quando Laureano Ruiz si impegnò affinché i suoi ragazzi comprendessero prima il motivo per il quale avrebbero dovuto giocare come lui chiedeva loro, e solo poi attuarlo. Un calcio che ha avuto nel tiki-taka moderno una delle sue massime espressioni, in grado di oltrepassare quello che già il Dream Team di Cruyff o altre grandi squadre del passato avevano saputo fare. Dimostrazione del fatto che non v’è limite che non possa essere superato, per quanto estremo possa apparire, ma che per farlo non può prescindere dalle sue stesse radici.

Ah, quasi dimenticavo, nei suoi cinque anni al timone di un Barcellona Juniores che fino allora aveva vinto due soli titoli nazionali, centrò la Coppa tutti e cinque gli anni, guadagnandosi prima la direzione dell’intera cantera blaugrana e infine la panchina della prima squadra.

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