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dicembre 3rd, 2014
Il bottaio di Spoon River

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turbamenti – di Mauro Scarpa

Il mio uscio è sottile, eppure strati di polvere si ostinano a rimanerci attaccati. La conseguenza è che il mondo là fuori lo vedo polveroso. Pulizie di primo mattino mi ispirano metafore fasulle. Io attraverso l’uscio tutti i giorni, però, potessi, resterei all’interno per far rimbalzare i disagi tutti miei. Ciascuno dovrebbe farsi il battesimo prima di incontrare. I sacramenti sono già stati buttati, non restano che gli avanzi di un’idea meravigliosa d’amore purissimo.

Come l’acqua.

Il mio uscio è sottile, a volte vi compare il piede di qualcuno che ieri mi ha lasciato da pensare. Me l’ha incartato il suo pensiero.
Il mio uscio è sottile e spesso galleggia, diventa finta riflessione, su me, me con gli altri, gli altri con me. Sull’uscio c’è sempre l’ansia, c’è la certezza del male minore, la cascata mai celata, ricco di drammi è il presente.

Però.

Se dovessi calibrare le mie azioni in base all’invidia, certo me ne starei in una confortante zona, dove posso imprecare, questionare, sottolineare la linea da seguire, piangere. Mentre mi lavo guardo allo specchio il mio me di fretta. L’uscio è quando vedo e non faccio, è un tintinnio, quella particolare fissazione che accompagno mal volentieri.
E’ strano stare sull’uscio, come quando hai lavato casa, corridoio, bagni e cucina. La camera. E hai dimenticato di aprire le finestre per cui chissà quando asciugherà.

pulizie

Però.

Sull’uscio a rimirare le cose fatte, ci vuole un secondo perché tutto sia asciutto, profumato, vagamente sterile. Dove ho lasciato i colori? Dove ho messo quel quadro che avevi dipinto? Dove sto andando? Al supermercato, che domande!
Vado a comprare il consumo che consumo. Si alza il vento e mi abbasso per recuperare le buste della spesa di tela, così risparmio plastica. Sono un bravo risparmiatore. Poi penserò a diventare un guadagnatore. Giro giro in tondo, come la botte del bottaio di Spoon River, mastico amaro, dovrò, di nuovo, riavvolgere e scompigliare. E potrei, per superare me stesso, dimenticarmi di come sono fatto, di come funziono, di quanto dormo e come. Potrei aprire un partito, un sindacato, una testata, un canale.

Così fan tanti.

Smettono di crescersi per far crescere il mondo. E il mondo, stranamente, non cresce. E’ tutto difficile quando lascio il facile, quando mi metto a incastrare pensieri che di norma non si parlerebbero se non per una forma di cortesia che fanno fatica a disarmare. L’invidia è la causa maggiore di decrescita. Si accompagna alla domanda perché a me no. Si nutre di io saprei, è sorella dell’indifferenza. Sono invidioso? Può essere, può essere tutto.
Sono invidiato?
No.
Sono materia indifferenziata.
Il pavimento è asciutto, e c’è quella mattonella graffiata che mi guarda con dispetto. Ti odio mattonella. Perché resterai così. Sto parlando al mio me pessimista. Parlo sempre di me. Così perdo il tempo. Superarmi. Le armi super che ho, che abbiamo, che gridano vendetta ma poi sono buone e fesse. Quando non sentirò più il bisogno di adorarti, quando saprò che non tutti i mali vengono per cuocere, quando metterò umiltà al posto giusto nel momento giusto. Quando tornerò a ballare. Allora veramente saprò, che non ho usato le scuse per scusarmi di qualcosa che non ho ancora fatto.
L’uscio è ancora qui. Mi si è affezionato. Ha sopportato il calpestio dei passati pensatori.
E pensare che da bambino, il mio uscio, voleva fare lo scivolo.

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