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architettura – di Flavia Baschieri

Il caso dell’Atelier Castello all’Expo di Milano invita a riflettere su un tema molto caro all’architettura, e troppo spesso -purtroppo- trascurato: quello dello spazio urbano.
11 studi di architettura sono stati coinvolti per re-immaginare il futuro di una delle piazze più importanti della città di Milano, Piazza Castello, e i cittadini che la popoleranno sono stati invitati a giudicare i progetti.
L’architetto Guido Morpurgo -che insieme ad Annalisa De Curtis partecipa alla competizione con il suo studio “Morpurgo de Curtis”- fa notare che “non si tratta solo della sistemazione di Piazza Castello ma di ripensare allo spazio pubblico oggi, al ruolo civile che la Piazza e tutto ciò che le sta attorno ricopre per la città”.
In passato la piazza era il centro di ritrovo dei cittadini, rappresentava il punto di contatto tra il popolo e le più alte funzioni della politica, della religione e del commercio.
I vari utilizzi della piazza nel tempo ne hanno distinto la fisionomia; l’intuito e le percezioni umane hanno plagiato le proporzioni edilizie di questa. Ma quando nel Rinascimento si inizia a codificare le regole sulle quinte stradali e sulle proporzioni visive, ecco che la piazza si allontana dalla dimensione umana per divenire un composto di codici, regole e numeri che si risolvono in spazi magnificenti, vasti e grandiosi.
La Città Ideale di Piero della Francesca mostra le studiate proporzioni degli spazi urbani, la perfetta prospettiva, un senso di grandezza studiato ad arte. Ma le quinte stradali sembrano una scenografia teatrale, un’opera di cartone pronta a crollare giù.

Ci si perde in episodi estetici e prospettici, la piazza è come una sala di ricevimento della città. Si trascura la fruibilità, l’unica cosa che ci invogli a vivere lo spazio pubblico.
Questo sembra essere un po’ anche il caso di Piazza Castello: il disegno attuale deriva da un progetto di fine ‘800 ma diversi stravolgimenti urbanistici avvenuti negli anni ci riconsegnano oggi uno spazio diviso da una strada che non permette al luogo di avere un significato civile o pratico per i cittadini.
Per un progetto così ampio occorre quindi pensare alla fruizione della piazza per un prossimo futuro, gettando un occhio alla storia e agli esempi che hanno funzionato.
Dopo aver superato anche gli eccessi formali del ‘900 (come Chandigarh di Le Corbusier o come nelle visioni di Niemeyer), oggi si cerca di tornare ad una dimensione raccolta e quasi intima, che inviti l’utenza in una comunità. Uno spazio accessibile, senza orari, capace di accettare senza distinzione, un livellatore della società in quanto spazio democratico.
Non solo più uno spiazzo di passaggio, ma un nodo capace di ricucire il tessuto urbano e sociale della città.
E’ questo il caso delle Dots Plazas di New York: il Plaza Program è un progetto no-profit finanziato dalla municipalità cittadina che organizza il recupero e lo sviluppo di piccoli spazi urbani in ogni quartiere. Tutti i newyorkesi hanno il diritto di raggiungere -a piedi- il proprio spicchio di spazio cittadino.
Così, percorrendo il rigido reticolo di strade di NY, non è difficile imbattersi in piccole oasi urbane. Ne è un esempio Paley Park: 400 metri di spazio pubblico, rialzato rispetto alla strada.

foto dlavia 2

E’ un luogo di totale tranquillità: i muri che la circondano sono ricoperti di edera, fatta eccezione per la quinta di sei metri costituita da una cascata il cui scroscio copre i rumori della città e la sua umidità abbassa le temperature in estate. Ogni cittadino ha la possibilità di sostare, sedersi, rilassarsi, e lavorare. E di connettersi. Si, perchè le piazze del futuro devono considerare anche il frenetico bisogno dell’uomo moderno, il bisogno di connettersi, il bisogno di collegarsi: il bisogno di wi-fi.
La pensa un po’ allo stesso modo anche l’architetto Carlo Ratti, progettista dell’ampliamento del Caffè Trussardi nella Piazzetta dei Filodrammatici, Milano. Questo progetto infatti parte dall’idea che ogni nostra connessione virtuale ha bisogno di uno sfogo, un incontro fisico nello spazio reale. E l’architettura deve dare forma a questo bisogno con spazi raccolti, al servizio dei cittadini, che devono riconquistarlo e prendersene cura.
Dall’ High Line (sempre a NY) alla corte antistante il MAXXI (Roma), sono tanti gli esempi riusciti di spazio pubblico o semi-pubblico. A conferma del fatto che l’architettura, quando ragionata e senza presunzioni, è davvero capace di essere espressione e culla della comunità. Perchè nessun altro intervento sulla città è capace di suscitare grandi cambiamenti come la creazione di una piazza.

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