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teatro

di Ana Sbutega

Il teatro Due chiude in grande la sua rassegna dei cantieri contemporanei con “Julien Zoluà” in scena con la sua ultima replica il 25 gennaio. Assolutamente meraviglioso, consigliatissimo.

Questo dramma apre infiniti significati, infinite domande irrisolte che lasciano attoniti ma non di certo confusi, non di certo vuoti.

Uno spettacolo tutto giovane con la regia di Giulio Maria Corso, diretto e interpretato da Roberta Azzarone, Michele Lisi, Carlotta Mangione, Valerio D’Amore, Carmine Fabbricatore, un cast davvero  avvincente che non solo provvede ad intepretare ma crede in quello che interpreta.

Julien Zoluà, un giovane servo, il suo padrone Leone Iisidoro, una moglie di troppo e la voce del popolo e della coscienza, i due perditempo.

È su questi personaggi che si plasma una trama che trama alle spalle del precostituito, dell’ordine delle cose e delle coscienze ordinate da confini omogenei che orchestrano l’armonia dissacrante del “tu di qua” “Tu di là”, “tu così” e “tu colà”.

Isidoro è un padrone piuttosto avanguardista e liberale e permette tutti i giorni al suo servo Julien momenti di confidenza davanti ad un thè, delle chiacchere tra amici insomma.

Da semplici chiacchere  ad un bacio che schiocca sulle loro vite e che ha il potere di spogliarli dai  vestiti stretti dentro le etichette prestampate di servo e di padrone, un bacio che rompe e irrompe nell’ordine dei ruoli ma che perde e disperde le certezze incerte dlla vita.

“perche mi dai del lei?” chiede Isidoro, “ perchè non sei più tu” risponde Julien.

Terrore.

L’horror vacui esistenziale dei due protagoniosti si crogiola nell’altalena del realismo magico, dell’onirico reale dove si cerca ancora di regolare i conti con il : “chi sono io? Chi sei tu” e dove rifuggire se non nel sogno? Noi che ci sopravviviamo non possiamo fare altro in fondo.

Monologhi deliranti.

“chi sei tu?”

Duelli esilaranti.

“chi sono io?”

Ritmi stancanti.

Chi sei?

Sogno.

Chi sono?

Realtà.

E a questo tic tac circolare si inserisce la mediocrità vacua e velleitaria: la moglie  di Isidoro, espressione dell’evanescenza dell’ispirazione sincera nell’arte e del congelamento dell’amore vero, esplosione di luoghi comuni e dell’ipocrisia del gioco delle etichette che forgia sorrisi ma non paradisi. Grazie al cielo vince

“Avevo imparato solo la vita degli altri, devo andare più spesso a teatro. Mi manca” dice Isidoro. È così che disperatamente attraverso l’autocoscienza scatenata da un bacio si cerca un connubio armonico tra essere e apparire, che non laceri più, che non frustri più ma che, dopo l’affanno dell’errare che apre miliardi di vani incompresi, permetta di strappare il traguardo che è anche il punto di arrivo. Io.  Il teatro lo fa. Non sempre.

In questo caso si.

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