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Architettura

di Flavia Baschieri

Era il 1972 quando Fellini, nel suo film Roma, descriveva l’incredibile impresa della creazione di una metro nella Capitale. « Il sottosuolo di Roma è imprevedibile, ogni 100 metri ci sono vestigia e il lavoro naturalmente ne risente. Volevamo semplicemente risolvere una questione di traffico urbano, una metropolitana a scudo come a Monaco o a Dublino, ma qui il sottosuolo ha otto strati, dobbiamo trasformarci in archeologi, speleologi.. La prima volta che si è parlato della necessità di fare il metrò a Roma è stato nel 1871, esattamente cento anni fa. La burocrazia è ancora più imprevedibile del sottosuolo, il carteggio intercorso tra noi e il Comune di Roma riempie l’intero percorso della metropolitana. » Non siamo più nel 1972 e da quando si parlò del primo metrò adesso sono passati ben 145 anni, eppure la situazione è quasi la stessa. Le parole del film mi accompagnano giù fino a 35 metri di profondità nel cantiere della stazione linea C – San Giovanni, insieme al rumore della talpa e il gocciolio dell’acqua. Sembra quasi una discesa dantesca agli inferi, e prima di arrivare in fondo, ai binari, si sbatte la faccia contro tutti i peccati di Roma.


A partire dall’ignoranza dei Romani: gli abitanti di Largo Brindisi si sono a lungo battuti contro la fermata San Giovanni, consci della durata infinita dei lavori e dei disagi che avrebbe provocato un cantiere sotto casa. I benefici della metro sono visti in una prospettiva talmente lontana che nessuno si è fermato a pensare a quanto il valore delle loro case salirà, quando avranno finalmente una stazione metro vicino casa (come successe d’altronde anche a Tuscolana). Tutti si sono schieranti contro, con ignoranza. O sono forse i lussuriosi del primo girone dell’Inferno, che per non rinunciare alla comodità del momento impediscono un futuro beneficio per la città? Sempre Fellini in “Fare un film” (Einaudi, 1980) diceva che «l’impressione riassuntiva di questa città è una: l’ignoranza. Roma è abitata da un ignorante che non vuole essere disturbato (…). Questo tipo d’uomo è talmente incancrenito nella propria condizione secolare da credere che si debba e si possa vivere solo così.» I cittadini di Roma richiamano sempre la volontà di delineare con azioni concrete quella visione di una Roma moderna, capitale europea, ma poi arrivati al dunque creano solo problemi. Per dirla con le parole di Indro Montanelli « forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo: di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio. »

Ma scendendo più in profondità e allontanandoci dai problemi urbani, ci si rende conto che i cittadini sono solo un piccolo scoglio stagliato contro una Roma moderna. Bisogna combattere contro belve molto più feroci, come la Sovrintendenza e la Burocrazia. La Sovrintendenza in qualsiasi cantiere ha un atteggiamento proibitivo nei confronti del nuovo. Deve giustamente tutelare il centro storico di Roma, per evitare i soprusi di chi se ne approfitta. E dunque la metro deve essere fatta a grande profondità per evitare i 18 metri di resti archeologici che si potrebbero trovare nei primi strati del terreno, ma anche così c’è il rischio di incappare in qualcosa, e quando questo succede gli scavi rallentano vertiginosamente ritmo: in certi punti si procede con scalpello e pennellino. Nel film Roma il ritrovamento archeologico era una magnifica villa Romana, nella stazione metro C di San Giovanni invece, verso dicembre, è stato rinvenuto uno dei più grandi bacini idrici che si trovava all’interno di una azienda agricola della Roma imperiale. Qui subentra la Burocrazia, capace di protrarre nel tempo qualsiasi piccolo intoppo.

metro2

Questa situazione dovrebbe farci riflettere sul significato della Storia per una città come Roma. Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle dei giganti, e così è la nostra città: si innalza sopra i giganti della storia e, sorretta e portata avanti da questi, potrebbe riuscire a guardare più lontano, verso un futuro moderno. Forse quindi l’archeologia dovrebbe essere per noi un valore aggiunto, e non un problema. Bernard Tschumi (il progettista, tra le altre del museo dell’Acropoli ad Atene) ha detto, riguardo alla recente risistemazione dei Fori Imperiali, che l’archeologia è una nostalgia romana da rispettare, che non deve inserirsi nella società dei consumi ma restare incommensurabile. Ma se le necessità archeologiche condizionano così fortemente tempi, costi e funzionalità, per qualsiasi persona è difficile capire dove sia questo valore aggiunto. La nostra grande opportunità culturale, oltre che la responsabilità di vivere in una città come Roma, è quella di creare una “metro archeologica”. Il tormentato rapporto tra infrastruttura e archeologia deve deporre le armi delle ataviche dispute e riuscire a collaborare, per evitare di impantanarsi in un rituale feticista di conservazione e di sfociare così in una “metro per archeologi”, quale sembrerebbe essere ora. Lo scavo archeologico non crea un valore urbano se non viene incluso in un progetto. Forse quindi si tratterebbe solo di prendersi la responsabilità di azioni concrete, di un inserimento dell’area archeologica nel tessuto vivo della città, avviandoci così verso quella visione di città moderna, che si richiama tanto frequentemente.

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