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costume & società

di Valerio Cianfrocca

I Romani e le migrazioni di popoli.

Nella tarda estate del 376 una massa enorme di uomini, donne e bambini in condizioni miserabili si assiepò lungo la riva settentrionale del Danubio. I volti delle donne, incorniciati da trecce biondissime, erano sporchi e sfiniti, mentre negli sguardi degli uomini, abituati alla fierezza e all’onore dei campi di battaglia barbarici, si poteva scorgere un’espressione di rabbia impotente. I loro vestiti erano ormai sporchi brandelli, i loro carri stracolmi di povere masserizie.

I Visigoti, così venivano chiamati, inviarono messaggeri al di là della frontiera, il Limes, che separava l’antico e ricchissimo mondo Mediterraneo dalle foreste del Nord Europa. E gli ambasciatori incontrarono burocrati e poi diplomatici di quell’immenso apparato statale che era l’Impero Romano.

I Visigoti non avevano intenzioni bellicose. Avevano guerreggiato a lungo, con i Romani e con altre tribù barbare. Ma adesso erano un popolo sconfitto, e consapevole della propria rovina imminente. Chiedevano all’imperatore dei Romani un salvacondotto per potersi stabilire a sud del Danubio, in territorio romeo, al sicuro dal nemico terribile che li aveva sospinti fin lì. Ed era davvero terribile questo nemico, se a tanti secoli di distanza il suo nome riecheggia ancora di una nota sinistra. Fuggivano infatti dagli Unni.

L’imperatore Valente, che regnava a Costantinopoli, non era un’aquila, ma si rese conto immediatamente dell’impossibilità di trattenere i Visigoti al di là del Limes. E non era mosso da ragionamenti di ordine morale, ma di carattere politico e militare. Quanti erano i Visigoti? Decine, forse centinaia di migliaia. E chi erano questi Unni da cui fuggivano? Gente più crudele e selvaggia degli stessi barbari?

Dopo qualche tentennamento e qualche burrascoso colloquio con i propri consiglieri, Valente si decise per l’unica opzione realistica: accogliere quei rifugiati e integrarli all’interno dell’Impero. In fondo poco tempo prima un suo predecessore, l’imperatore Giuliano, aveva federato i riottosi Franchi in Gallia. E i Franchi si stavano dimostrando alleati leali e affidabili.

L’era del lungo attrito tra Roma e i barbari sembrava ad un punto di svolta. Il loro rapporto era stato costellato da guerre, intervallate da lunghi periodi di pace e di proficui scambi commerciali. Ma da qualche decennio la situazione era cambiata radicalmente. Perché?

Valente non poteva saperlo, ma era stata proprio la comparsa degli Unni ad Est, insieme agli Avari e ad altre tribù turco-mongole, a sospingere i popoli di lingua germanica a ridosso dell’Impero Romano. E le incursioni delle tribù germaniche, anche a causa delle tensioni e delle debolezze interne all’Impero, erano diventate sistematiche.

I Visigoti furono dunque fatti entrare entro i confini dell’Impero. Sistemati in aree delimitate, rimasero in attesa degli aiuti e delle disposizioni imperiali. Gli aiuti arrivarono con il contagocce, filtrati dalla corrotta burocrazia imperiale. Le disposizioni non arrivarono mai.

Valente, nel frattempo, aveva cambiato idea. Lo spaventava il numero di quei profughi, almeno duecentomila secondo Ammiano Marcellino, in un periodo in cui la popolazione dell’Italia non superava i sei milioni di abitanti. Ma soprattutto, Valente era preoccupato di passare per debole, al contrario di suo fratello Valentiniano, che aveva sconfitto l’anno precedente i Quadi sull’alto Danubio.

Lasciate in balia degli eventi, le genti dei Visigoti attesero per mesi la decisione imperiale nei propri campi profughi. La scarsezza di viveri, provocata dalla corruzione dei funzionari romani, li spinse a puntate sempre più aggressive nei territori confinanti, dove iniziarono a taglieggiare i contadini per ottenere di che vivere.

Intanto, approfittando della scarsezza di presidi sul Limes, Alamanni e Unni stavano iniziando a infiltrarsi a sud del Danubio, problema per il quale i Romani accusarono i Visigoti.

Fu così che il conte romano per la Tracia, Flavio Lupicino, invitò il re dei visigoti Fritigerno ad un banchetto, nel corso del quale cercò di assassinarlo. Scampato all’attentato, Fritigerno non esitò un istante a sollevare il suo popolo contro i Romani.

Seguirono razzie e devastazioni in Tracia, mentre gli Unni continuavano ad attraversare il Limes indisturbati. L’imperatore Valente mise insieme un esercito e si decise ad affrontare il nemico da solo, prima dell’arrivo dei rinforzi dell’Impero Romano d’Occidente, guidati da Graziano.

I due eserciti si scontrarono ad Adrianopoli, il 9 agosto del 378. L’esercito romano fu annientato, e lo stesso Valente rimase sul campo.

Per la storia di Roma, la sconfitta di Adrianopoli è forse seconda solo a quella di Canne.

La guerra proseguì fino al 382, quando i Romani accordarono finalmente ai Visigoti una terra dove potersi stanziare entro i confini dell’Impero, come avevano promesso sei anni prima.

Il rapporto tra Visigoti e Romani rimase conflittuale, e fu il successore di Fritigerno, Alarico, a riversarsi sull’Italia e a saccheggiare Roma nel 410.

Nel 376, Valente ebbe la sua opportunità di integrare i Visigoti nel proprio territorio, alle proprie leggi, come una tessera del proprio mosaico. A causa della corruzione dilagante e per questioni di prestigio, rifiutò questa carta, preferendo la guerra. E nonostante una serie di accomodazioni temporanee, la guerra riesplose periodicamente.

Quest’assimilazione mancata stride con un esempio di poco antecedente ad Adrianopoli: nel 358 l’imperatore Giuliano aveva sconfitto in battaglia i Franchi, che avevano invaso la Belgica, ma anziché sterminarli o deportarli oltre il Reno, preferì allearvisi, trasformandoli in federati dell’Impero.

Nonostante avessero varcato il Limes con intenzioni ben più bellicose di quelle dei Visigoti, e nonostante una lunga serie di guerre precedenti al 358, i Franchi divennero leali alleati dei Romani. Ancora nel 451, con le istituzioni romane ormai al collasso, i Franchi combatterono coraggiosamente per difendere la Gallia dall’orda unna di Attila.

È difficile dire se la stessa cosa sarebbe potuta succedere con i Visigoti, e forse la domanda è oziosa. Ma se questi Germani mantennero a lungo il proprio rancore nei confronti delle istituzioni romane, bisogna ricordare che furono proprio i Romani a tradire la loro fiducia, e ad agire con doppiezza nei loro confronti.

Gli esempi dei Franchi e dei Visigoti possono essere visti come paradigmatici.

L’Impero Romano era un organismo già in crisi per conto proprio quando i popoli barbarici iniziarono a premere con insistenza alle sue porte. Ogni tentativo di respingere i nuovi arrivati oltre confine si rivelò un fallimento. Ogni velleità di rivalsa militare nei loro confronti si scontrò con la dura realtà dei fatti.

La strada dell’integrazione fu difficile, irta di ostacoli. Ma laddove essa riuscì, come nel caso dei Franchi, avrebbe lasciato frutti che sarebbero germogliati nei processi storici decisivi della Storia europea. E se secoli dopo un re dei Franchi volle essere incoronato Imperatore dei Romani, adottando il latino come lingua della burocrazia, possiamo capire quanto l’eredità di Roma fosse rimasta viva tra quei popoli che l’Impero era riuscito ad integrare.

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