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costume & società

di Valerio Cianfrocca

Romani tra guerra e assimilazione.

Chi avrebbe potuto prevedere, nel IV secolo a.C., che una piccola città-stato economicamente e culturalmente arretrata, posta in una regione fino ad allora marginale, sarebbe diventata, nell’arco di otto generazioni, la potenza egemone del Mediterraneo?

Da secoli la storiografia si interroga sulle cause che determinavano l’espansione della Roma. Al di là dei vari giudizi storici, è interessante analizzare, per quanto sommariamente, il rapporto che intercorse tra la civiltà romana e quelle con cui dovette relazionarsi.

È quello che si proverà a fare in una serie di due articoli.

È difficile, per noi moderni, immaginare un popolo più imperialista di quello romano. Eppure, benché nata su basi saldamente militariste, Roma riuscì non solo a conquistare militarmente i popoli confinanti, ma anche ad assimilarli all’interno del proprio sistema sociale, economico e politico. Ed è indicativo il numero di imperatori originari delle più remote province dell’Impero, dallo spagnolo Traiano al libico Settimio Severo, al siriano Costantino.

Durante la Seconda Guerra Punica, mentre l’esercito del grande Annibale imperversava in Italia, il re macedone Filippo V si alleò con i Cartaginesi per stroncare le ingerenze romane sul mar Mediterraneo. Sconfitti i Punici, i Romani dovettero regolare i conti con il re macedone.

Ai Romani occorsero quattro conflitti, le quattro guerre macedoniche, per conquistare definitivamente la Grecia. E con questa conquista, entrarono in contatto con una cultura, quella greca, diversa e molto più radicata della propria. Dai tempi di Alessandro Magno, il mondo greco aveva contagiato l’intero Mediterraneo orientale, producendo la Koinè e l’Ellenismo.

In quel tempo, Roma era ancora una repubblica guerriera, che stava lentamente uscendo dalle tradizioni primitive e austere dell’era arcaica. I Romani incontrarono i Greci proprio mentre iniziavano a fare i conti con l’apertura a gran parte del mondo Mediterraneo.

La civiltà romana non poté che abbracciare la civiltà greca, che aveva trionfato su tutto il Mediterraneo orientale, ed era nettamente superiore sul piano artistico, letterario, filosofico e teorico. In cambio, i Romani portarono nel mondo greco la propria solida struttura giuridica e statale.

Il connubio tra civiltà romana e civiltà greca è uno dei massimi esempi d integrazione culturale. Lo scambio fu complementare: i romani sommarono le capacità speculative della lingua e della cultura greca al proprio tradizionale senso pratico. Con la conquista del Mediterraneo orientale, dove il greco della Koinè era divenuto lingua ufficiale dei regni ellenistici, questa lingua si consolidò come seconda lingua ufficiale della repubblica. Una posizione che conservò per sempre, nel mondo romano.

Se il latino rimase la lingua dell’amministrazione e dell’esercito, il greco divenne il gergo della conoscenza e delle arti. E questo sodalizio avrebbe portato Roma alle più alte vette del proprio splendore.

Anche le arti figurative greche e l’Ellenismo si mescolarono allo stile romano, diffondendosi poi in tutti i territori sottomessi all’autorità di Roma.

La mescolanza tra queste due culture fu mirabilmente riassunta da Orazio nella celebre frase Graecia capta ferum victorem cepit: la Grecia conquistata, conquistò il rozzo vincitore.

Nonostante episodi di efferatezza nei confronti di nemici vinti, come nel caso dei Cartaginesi, Roma basò la propria stabilità e la propria forza sull’integrazione dei popoli sottomessi al proprio dominio. Anche se spesso il primo impatto della conquista fu traumatico.

Nella prima primavera del 58 a.C. un grande popolo celtico, quello degli Elvezi, prese la decisione di spostarsi a ovest del Rodano, entrando nel territorio romano della Gallia Narbonense. Non si saprà mai, forse, cosa spinse queste genti ad abbandonare le proprie terre, dando addirittura alle fiamme i propri villaggi. Forse erano allettati dalla prospettiva di una vita migliore nelle ricche terre della Repubblica Romana. Difficile che fossero spinti dall’unico desiderio di compiere razzie ai danni dei Romani, perché ai guerrieri si accompagnavano anche vecchi, donne e bambini, e avevano provveduto a stipare i loro beni su carri sovraccarichi.

Il proconsole della Gallia Narbonense era un astro nascente della politica romana, Giulio Cesare. Intelligente e spregiudicato, Cesare si rese conto che l’unica legione ai suoi ordini non sarebbe mai riuscita a gestire il numero enorme di migranti.

Ma soprattutto, Cesare conosceva i Celti, e sapeva trattare con loro. Sapeva però che il vuoto lasciato dagli Elvezi sarebbe stato colmato dai Germani, un conglomerato di popoli e tribù molto più arretrato e turbolento dei Celti.

Adducendo come pretesto il rischio di violenze ai danni della popolazione romana, e dopo aver arruolato un gran numero di truppe ausiliarie, Cesare affrontò militarmente gli Elvezi e li vinse a Birbacte.

Sarebbe stato il primo di una lunga serie di successi militari. Intervenuto poco dopo a difesa dei Celti dall’invasione del re germanico Ariovisto, Cesare ne approfittò per sottomettere i vari popoli celti che abitavano la Gallia.

Com’è noto la guerra, con fasi alterne, si protrasse fino al 50 a.C. Agendo con astuzia e ambizione, Cesare costruì la propria fortuna politica grazie ai propri successi.

Fu una guerra lunga e sanguinosissima, nella quale morirono centinaia di migliaia di persone. Ma se fu una guerra di conquista, non fu però una guerra di sterminio. Cesare è d’altronde passato alla Storia per la sua strategia del divide et impera, e suo scopo fu sempre quello di ottenere il massimo profitto per sé e per Roma, e a tal fine le alleanze con le tribù locali erano spesso più proficue della guerra.

Dopo il trauma della conquista, i Romani seppero integrare i popoli celti nel proprio sistema statale e sociale. Gli usi e i costumi dei Celti scomparvero rapidamente, non tanto per un’assimilazione forzosa, quanto per il fatto che erano strettamente legati a un tipo di società ormai defunto, e perché erano trasmessi oralmente. La lingua celtica, per quanto non scritta, sopravvisse un po’ più a lungo, se Gregorio di Tours, nel VI secolo, parlava di sparuti gruppi di madrelingua gallica.

Nonostante tutte le contraddizioni provocate dalla conquista e dalla dominazione della cultura romana su quella gallica, l’integrazione tra popolazioni celtiche e latine diede ottimi frutti. Appoggiata sulla scrittura, fu soprattutto la cultura dei vincitori, quella latina, ad influenzare le popolazioni celtiche, cambiandone radicalmente i connotati. Eppure, anche la cultura romana fu influenzata da quella celtica, nell’abbigliamento, nell’alimentazione, nell’armamento.

Alla vigilia della nostra era, il mondo romano estendeva su un mosaico di culture estremamente eterogenee, su territori vastissimi. Roma aveva trionfato nel Mediterraneo perché era riuscita a far seguire l’integrazione e il benessere materiale alle operazioni militari.

I popoli conquistati, gradualmente integrati all’interno della macchina statale romana, avrebbero per secoli guardato con fiducia a Roma. Prima che questa fiducia fosse spazzata via dalle lotte intestine e dalle nubi che si infittivano sui confini dell’Impero.

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