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Musica

di Roberta D’Orsi

Torno a parlarvi dei Dancing Crap, di cui ho realizzato nel settembre 2015 un live report sul release party tenuto per il lancio del debut album. Come già scritto precedentemente a dare vita ai Dancing Crap è stato il frontman Ronnie Abeille, cantante e compositore con una visione più che chiara sulla sua musica, nonostante guardi attraverso occhiali da sole molto scuri. Ronnie già nel 2008 si affaccia alla scena musicale fondando i The Main Attraction, gruppo col quale si esibisce spesso On Stage proponendo musica inedita ed incidendo un disco dal titolo “In Spite of All”, pubblicato dall’etichetta teutonica Antstreet, mentre per la distribuzione troviamo ad occuparsene la Andromeda Dischi per il mercato italiano e la New Music per quello estero. Successivamente Abeille mette un fermo alla sua band a causa di numerosi cambi di line up e problemi interni al gruppo. Nell’aprile del 2012, dalle ceneri dei The Main Attraction e grazie ad un nuovo assetto di musicisti, Abeille fonda i Dancing Crap, che cominciano a farsi conoscere suonando nei locali capitolini ed incidendo due demo. L’avventura prosegue ed il gruppo spicca il volo per Londra nel 2013, dove si stabiliscono per tre mesi nei quali tengono quindici concerti nei locali inglesi. L’anno successivo e più precisamente nel mese di settembre, i Dancing firmano un contratto con un’etichetta italiana  indipendente, la Agoge Records ed esattamente un anno dopo (settembre 2015) esce il debut album “Cut it Out”. Passiamo alla presentazione dei componenti che formano la band: quella relativa alla registrazione del disco vede Ronnie Abeille alla voce, Bobby Gaz al basso, Antonella Angelini alla batteria, Andrej Surace e Christian Caruso alle chitarre, questi ultimi successivamente vengono sostituiti da Eugenio “The Joker” Pavolini e Sal Ariano. “Cut it Out” contiene dieci tracce per una durata di 35 min. e 51 sec.

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La song che apre il disco si intitola “The Sick Ones” ed è anche il singolo ufficiale che gode di videoclip. Un effetto synth immediatamente accompagnato dalla voce di Abeille da il via alla canzone. Un incisivo riff di chitarra introduce il tema portante la cui composizione rivela un mood di stampo rock. La ruvidezza dell’intenzione compositiva ben si sposa con la melodia, in un’alternanza di corde taglienti e sezione ritmica dall’impronta più catchy. Il videoclip è un trip visivo che racchiude stranezze e tic relativi all’essere umano, descrivendo alla perfezione il titolo, ovvero “i malati”. “Burned Down City Soul” mantiene il suo spirito rock che viene stemperato allegramente da un fischiettio piazzato ad hoc nella struttura musicale e che coincide col ritornello. La voce a tratti stridula e urlata di Abeille che mi rimanda al punk ridonda nelle orecchie martellando l’udito con piglio squilibrato. La musica che lo accompagna ha il pregio di mitigare e sottolineare nel giusto momento questa caratteristica. Il coro brioso che si ode verso la fine della traccia mette in evidenza lo status giocoso dei componenti della band. Per chi non li avesse mai visti live, dal videoclip della traccia precedente può rendersi conto di quanto l’apparente non prendersi troppo sul serio di questi musicisti ne faccia delle “macchiette” simpatiche da vedere, oltre che piacevoli da ascoltare. Ho scritto “apparentemente” poiché se l’impostazione scenica li descrive come giocherelloni, per quanto riguarda l’aspetto professionale i Dancing Crap non scherzano affatto e prendono la loro musica molto seriamente. Nei quasi tre minuti di “Sam” l’atmosfera elettronica, creata dalla presenza di suoni synth ed arrangiamento ad effetto space, ci porta mano nella mano attraverso uno dei mondi paralleli che costituiscono l’universo sfaccettato dei Dancing Crap. La vena frizzante e leggiadra aleggia per tutto il brano, così da consentire all’ascoltatore un altro piacevole momento sonoro. La voce effettata del frontman presente in “Spotlight” riempie un songwriting semplice e diretto, nel quale le chitarre sono il punto di riferimento attorno al quale ruota la traccia. Basta ascoltare l’assolo centrale per averne conferma. Energia e grinta vocale chiudono il cerchio di un brano convincente ed accattivante. Con “Obscure” si cambia ancora una volta registro: la linea vocale della strofa sorprende col suo cantato rappato, il quale si trasforma assumendo connotati melodici nel refrain. Ci si avvicenda nel finale con un lungo assolo alle corde. Se c’è una peculiarità che mi piace in “Sociopathic Circus” è la linea vocale, che adattata perfettamente alla musica crea un effetto moderno di stampo nettamente alternative rock. La modulazione del controcanto, il ritornello ed il relativo arrangiamento presenti in seguito rievocano le sonorità ascoltate in alcuni brani dei Nirvana, il cui cantato cantilenante produceva un effetto (se pur non gradito a tutti) ipnotico. Distorsione vocale e chitarra in fade out mettono fine a questa canzone. “The Ride” presenta un assetto sonoro piuttosto semplice e diretto, con un ritornello melodico che arriva dritto alle orecchie e si stampa nella mente con facilità. Lo spessore sonoro viene apportato dal riff di chitarra, sulla cui base scorre la canzone culminando in un assolo dal discreto impatto acustico. Si cambia registro con “Strange Kind of Connections”: le prime note scanzonate si perpetuano scorrendo su un tappeto sonoro senza troppi fronzoli e con l’unico obiettivo di divertire chi ascolta. Decisamente azzeccata la lieve variazione compositiva che si palesa a circa metà brano. Introduzione  di basso infarcita da effetti elettronici danno il via alla penultima traccia, ovvero “Needless”. Il ritmo cadenzato di questo brano, accompagnato da innesti elettronici, riporta alla mente quel gusto ottantiano tanto caro ai fans di quella generazione musicale, me compresa. New wave ed elettro pop si corteggiano e si intrecciano nel songwriting e nell’arrangiamento di Needless, incoronando la song come una delle regine di questo platter. Siamo giunti alla conclusione del disco con la canzone che chiude la tracklist: “Morbid Mary” racchiude un cuore rock all’interno di un involucro melodico. L’intro del pezzo, dalle forti tinte jazz, si tramuta in una personalissima versione rock moderna, in cui la distorsione effettata della voce si contorna da un mix equilibrato di chitarra solista e sezione ritmica che supportano il vocalist nella sua passeggiata esecutiva. L’arresto stoppato del brano mette un punto all’ascolto di questo Cut it Out, portandomi a fare le mie considerazioni.

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Il materiale registrato dai Dancing Crap imprime nelle orecchie e nelle menti una parola in particolare, ovvero: originalità. La scelta stilistica di Abeille è una scelta coraggiosa, poiché prescinde dai normali canoni musicali, in cui una band vede relegarsi in un genere preciso e prescelto. I Dancing Crap invece “osano” superare le barriere di un genere o più generi, mescolando svariate influenze al fine di creare uno stile personale che appartiene solo a loro. Ecco che l’originalità, citata prima, trova la sua contestualizzazione. Se da un lato tale scelta porta ad un risultato finale sicuramente personale e quindi apprezzabile nell’intento, dall’altro abbraccia il rischio di essere confusionario. Devo dire che ciò accade solo in alcuni frangenti, ma quelle volte in cui l’ascolto pare non avere un filo conduttore, in realtà proprio nella sua “personalizzazione” rende l’insieme atipico e di conseguenza interessante, non banale e decisamente poco scontato. Non è raro che una band musicale scelga di rischiare al fine di creare qualcosa di inconsueto, ma spesso accade che tale mescolanza o ricercatezza compositiva produca un effetto finale tutt’altro che gradevole. I Dancing Crap ce l’hanno fatta, hanno reso apprezzabile uno stile personale in cui si sentono a loro agio ed al contempo offrono la giusta dose di leggiadria e gradevolezza a chi ascolta il loro disco.

Tracklist:
1. The Sick Ones
2. Burned Down City Soul
3. Sam
4. Spotlight
5. Obscure
6. Sociopathic Circus
7. The Ride
8. Strange Kind of Connections
9. Needless
10. Morbid Mary

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