Breaking News
14 marzo prima giornata nazionale del paesaggio
TweetSharenews Il Mibact ha indetto per il 14 di...
D*Face e Obey a Las Vegas
TweetSharenews “Behind Closed Doors” è la nuova ed incredibile...
Da Aosta alla Scozia in sella ad un Ciao
TweetSharenews Avete capito bene, Hanry Favre ha caricato il...
Il destino incrociato di Dylan e Fo
TweetSharenews Per uno strano gioco del destino Dario Fo...
Le star di Hollywood contro Donald Trump
TweetSharenews Le elezioni negli Stati Uniti si avvicinano, incredibilmente...
Lo street artist Obey scende in campo dopo i fatti di Dallas
TweetSharenews Lo street artist di fama internazionale Shepard Fairey,...
Batman tra i profughi Siriani è la campagna di War Child
TweetSharenews Tra le tante tristi news noi vogliamo dare...

turbamenti

di Valerio Cianfrocca

Nel 1962 Philip K. Dick, scrittore di fantascienza dal talento geniale, cercò di rispondere a quello che è forse l’interrogativo storico più frequente del XX secolo: Hitler, Hiroito e Mussolini avrebbero potuto vincere la Seconda Guerra Mondiale? E come sarebbe il mondo se l’Asse avesse effettivamente vinto?

Philip Dick viveva in California in quel momento, e descrisse cosa avrebbe potuto essere il destino di quello stato americano se il corso della Storia fosse stato diverso. Il risultato delle sue speculazioni è uno dei romanzi ucronici più grandi di tutti i tempi: The man in the high castle, noto in Italia come La svastica sul sole, ed ambientato appunto nella San Francisco del 1962.

L’ucronia inizia nel 1935, con l’assassinio del presidente americano Franklin Roosevelt per mano di un attivista filo-fascista.

Sotto la guida di governi, repubblicani e isolazionisti, e con un’economia mai ripresa dalla crisi del ’29, gli USA arrivano del tutto impreparati al disastro di Pearl Harbor.

Nel 1943 gli scienziati tedeschi sviluppano la bomba atomica, che sganciano su Mosca e New York. Qualche settimana dopo, giapponesi e nazisti sbarcano negli Stati Uniti, conquistandoli entro il 1946. Lo stesso anno capitolano anche URSS e Cina.

Il mondo viene spartito tra le due superpotenze vincitrici: Germania e Giappone, mentre agli altri membri dell’Asse, come l’Italia, spettano le briciole. Lo smembramento degli Stati Uniti avviene in maniera analoga a quello della Germania dopo il ’45, con la parte orientale annessa al Grande Reich Tedesco e la West Coast trasformata in uno stato fantoccio giapponese. I due stati vengono separati da una zona cuscinetto neutrale, gli Stati delle Montagne Rocciose, praticamente privi di organizzazione statale e regrediti ad una sorta di Wild West.

Sulle basi di questa idea di Dick, nel 2010 la BBC americana, insieme con il regista statunitense Ridley Scott (che con il suo Blade Runner si era ispirato ad un’altra grande opera di Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), ha pensato di mettere in cantiere una serie televisiva direttamente ispirata al romanzo.

Dopo una serie di passaggi di mano e di rinvii, la produzione è passata ad Amazon, e le riprese sono iniziate nel 2014. Constatato il successo dell’episodio pilota, Amazon ha iniziato a girare l’intera serie a partire dal marzo 2015.

I protagonisti della vicenda sono sia persone comuni, sia politici e gerarchi dei vari regimi, quasi tutti ispirati a personaggi presenti anche nel libro.

La narrazione procede in maniera altalenante, e spesso discontinua. Se nel pilota si avvertiva una tensione costante, con molte scene degne di un thriller, a partire dal secondo episodio e per tutta la parte centrale di questa prima stagione il ritmo scema d’intensità, senza motivazione apparente se non quella di dover dilatare la trama.

Per cui l’atmosfera da thriller del primo episodio si trasforma in quella più calma e ponderata di un giallo o di una spy story sulla linea di La talpa. Ma in questo modo, per quattro o cinque episodi, The man in the high castle non riesce ad essere né l’una né l’altra cosa. La stessa trama poliziesca procede con tale lentezza da far dubitare dell’efficienza dei servizi segreti e di polizia dei due regimi fascisti (noti proprio per la propria spietatezza e prontezza).

Approfondendo le vicissitudini affrontate dai protagonisti, la serie non riesce però a fornire l’idea di cosa sarebbe vivere in un regime dittatoriale di quel tipo, né riesce a distaccarsi dal volo rasoterra sulla trama dei personaggi principali.

Perfino l’azione dei gruppi di resistenza antifascista non appare chiara, e le motivazioni di fondo vengono date per scontato, quando forse avrebbero meritato qualche parola in più.

E qui veniamo ad un altra grande pecca di questa serie televisiva: non si riesce ad apprendere quasi nulla della sorte del resto del mondo. Si tratta certamente di un espediente per far comparire riferimenti ad eventi storici in maniera realistica, centellinandoli all’interno di poche conversazioni. Ma in questo modo, le discussioni tra politici risultano a volte scontate e irrealistiche, quando non vengono tagliate sul più bello.

Un appunto personale a proposito: in una scena all’interno di una scuola sarebbe stato bello vedere, anche di sfuggita, una carta geografica del mondo che indicasse il nuovo assetto politico mondiale (la carta della spartizione degli USA è invece riportata nella sigla di ogni episodio).

La regia della serie è molto televisiva, con piani americani e soprattutto molti primi piani. Pochissime sono le scene panoramiche, praticamente nessun piano sequenza in un esterno, e dunque le capacità registiche per offrire immagini forti del nuovo ordine mondiale nazifascista sono sacrificate ad una più classica (e, si potrebbe dire, banale) focalizzazione sui protagonisti.

Dal punto di vista linguistico gli sceneggiatori hanno combinato un mezzo disastro. La serie è naturalmente pensata per un pubblico americano, e di conseguenza quasi tutti i dialoghi avvengono in inglese, con poche apparizioni di parole straniere, principalmente formule di rito e nomi propri di enti politici o di gradi militari.

Sono in inglese non solo i dialoghi tra personaggi americani e personaggi stranieri, ma addirittura quelli tra personaggi stranieri della stessa nazionalità (principalmente giapponesi). Ci sono poche eccezioni a questa scelta di massima. Una scelta a dir poco discutibile, che rende alcune scene davvero surreali.

Gli anglosassoni, si sa, hanno grosse difficoltà nell’imparare lingue straniere. Questo però non può giustificare una scelta così discutibile, che toglie molto realismo a scene per altri versi interessanti e ben riuscite.

Un altro appunto personale: nella recente serie televisiva Mr. Robot, destinata ad un pubblico altrettanto americano, alcuni personaggi sono svedesi e parlano tra loro in svedese. Si tratta di dialoghi brevi, non più di quattro-cinque minuti su un episodio di sessanta. Il pubblico americano è pronto per cinque minuti di lingua straniera ad episodio.

The man in the high castle 03

Abbiamo parlato degli aspetti negativi del telefilm. Questo non vuol dire che la serie in sé sia brutta. I riferimenti storici e alcuni personaggi riusciranno a coinvolgere gli appassionati di Storia, mentre per gli altri forse alcuni riferimenti saranno più difficili da cogliere.

I difetti della serie vengono poi riscattati negli ultimi tre episodi, quando finalmente il ritmo della narrazione diventa più incalzante, e le trame lasciate in sospeso a volte per troppe puntate si riannodano in soluzioni realistiche e quasi tutte ben riuscite.

Non si tratta solo di un miglioramento della narrazione, comunque fondamentale, ma anche registico e perfino linguistico.

Finalmente vengono offerte alcune panoramiche suggestive, da vero colpo d’occhio fantascientifico.

L’atmosfera torna a farsi opprimente, le citazioni di eventi storici aumentano, le trame politiche si fanno più complesse e molto più appropriate ai regimi nei quali si svolgono.

Anche dal punto di vista linguistico gli ultimi due episodi diventano improvvisamente più realistici e curati.

Qualche parola per tirare le somme. Creare un telefilm da un romanzo è un’operazione complessa, che bisogna gestire con sapienza. Non bisognerebbe allungare eccessivamente la trama, perché si rischia di dilatarla a dismisura, e bisognerebbe limitare elementi di distrazione e sottotrame.

Se la serie fosse stata di otto episodi invece di dieci, o se gli episodi fossero stati di quaranta minuti anziché di quasi un’ora ciascuno, l’effetto complessivo sarebbe stato molto migliore, con una trama più incalzante e, forse, un’atmosfera molto più opprimente.

The man in the high castle rimane un buon esperimento per un genere di nicchia, quello dell’ucronia, che raramente è stato interpretato con efficacia dalla cinematografia. Nonostante la volontà di rendere la trama appetibile ad un pubblico ampio, questo telefilm rimarrà probabilmente appannaggio di spettatori appassionati di storia o di fantascienza.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *