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turbamenti

di Valerio Cianfrocca

Ah, bello è in campo

Del giovine il morir! Coperto il petto

D’onorate ferite, onta non avvi,

Non offesa che morto il disonesti.

Omero, Iliade, libro XXII.

Nell’ormai lontano 1995 il politologo ed ideologo Edward Luttwack scrisse un articolo destinato ad una certa fama tra gli esperti di geopolitica e di filosofia politica. L’articolo si intitolava Toward post-heroic warfare, e Luttwack statunitense, commentava la disastrosa missione ONU Restore Hope in Somalia.

Nella cosiddetta Battaglia di Mogadiscio, combattuta tra il 3 e il 4 ottobre 1993, un contingente di truppe scelte americane arrestò i membri del parlamento somalo, ed ingaggiò uno scontro con i miliziani somali. Tra i soldati americani si contarono diciannove morti e un prigioniero in ventiquattr’ore. La perdita di così tanti uomini in un solo combattimento costrinse l’amministrazione Clinton ad organizzare il ritiro del contingente americano dal suolo somalo.

Riflettendo su quest’episodio, Luttwack, militarista e guerrafondaio convinto, si lamentava del fatto che l’opinione pubblica americana non fosse più in grado di sostenere il peso psicologico di poche decine di morti in combattimento. Ormai gli USA si stavano abituando a guerre talmente asimmetriche da non riuscire a contemplare la possibilità di sostenere perdite umane.

Per evitare scompensi politici, i governi e i generali statunitensi avrebbero adottato strategie atte a minimizzare o annullare le perdite militari, ribaltando la concezione classica di eroismo militare, che vede il proprio cardine nel sacrificio della vita da parte del combattente.

Le nuove strategie atte ad annullare le perdite umane sarebbero state sperimentate dagli USA nella guerra del Kosovo (1996-1999), per essere poi utilizzate su larga scala in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Queste strategie hanno portato l’esercito USA ad utilizzare i propri aerei solo sopra i 1500 metri di quota, al riparo dalla contraerea nemica, ma anche ad un’altezza dalla quale, a causa della bassa precisione, è molto alto il rischio di “danni collaterali”, cioè di vittime civili. Anche l’utilizzo di droni da combattimento è stato avallato in quest’ottica.

Al di là dell’aspetto tecnico, è interessante notare il mutamento radicale dell’ethos guerriero e della morale bellica subita dalla società “occidentale” negli ultimi decenni.

L’Europa non si è mai risparmiata sui campi di battaglia, e i popoli europei hanno sfruttato la propria vastissima esperienza nell’arte di uccidere per imporre la propria supremazia al resto del Mondo.

Ma nessuno è mai andato a morire per pura incoscienza, e nemmeno per pura assuefazione alla violenza. Per combattere, per uccidere ed essere uccisi, è necessario un ideale profondamente radicato per il quale immolarsi.

Compito degli ideologi, dei religiosi e dei filosofi, in questo campo, è quello di fornire i presupposti ideali grazie ai quali il soldato in battaglia accetti la possibilità di uccidere un altro essere umano e, soprattutto, di poter essere da esso ucciso.

Tali teorie morali sono ben esemplificate dalle forme del poema, della saga, della chanson de geste, generi culturali che hanno toccato la stragrande maggioranza delle culture guerriere.

Mao Zedong, durante la sua vita da guerrigliero, si interrogava sul baricentro ottimale tra la tendenza al sacrificio personale fornita dall’ethos guerriero e il principio di conservazione delle forze, essenziale per vincere una guerra (e ben descritto nell’Arte della guerra di Sunzi).

L’epica e l’ethos guerriero si sono quasi sempre assestati in una posizione intermedia tra uno di questi poli, a seconda dei casi. In questo momento, l’ethos marziale delle società “occidentali” si è spostato molto oltre il principio di conservazione delle forze.

L’opinione pubblica europea e americana ha stravolto radicalmente il proprio punto di vista in merito alla guerra, arrivando a non accettare più il sacrificio del soldato in combattimento. Essa acconsente alla morte del nemico pur non tollerando la propria, un principio sconosciuto a quasi tutte le società guerriere, e in particolare a quelle europee.

Il combattente “occidentale” si pone dunque su un piano diverso, superiore, rispetto al suo nemico, e tale mentalità è talmente radicata che può sembrare assurdo, agli occhi di un “occidentale” contemporaneo, considerare una guerra come l’estensione di un duello tra due avversari magari non ad armi pari, ma di pari onore, o almeno di pari valore.

Quest’idea era già in gestazione nel 1945, quando la dirigenza degli Stati Uniti accettò l’idea di massacrare civili inermi sganciando due bombe atomiche piuttosto che perdere ulteriori soldati in guerra. L’età post-eroica stava per iniziare.

Gli eserciti “occidentali” sono dunque eserciti sempre più senza onore, se intendiamo l’onore nella sua accezione classica (e pienamente europea): accettare di compiere l’estremo sacrificio combattendo il nemico.

Il filosofo francese Grégore Chamayou, nel suo libro Teoria del drone, spiega bene come questo atteggiamento non sia dettato dall’amore per la vita che gli ideologi occidentali affermano essere il grande ostacolo che impedisce al soldato di accettare la propria morte in guerra (il soldato “occidentale”, scrive Chamayou, continua ad uccidere, pretendendo però di non essere ucciso). Tale atteggiamento è invece dovuto all’amore per la propria sopravvivenza, e al disprezzo per la vita del nemico.

La mentalità dell’aviatore che si porta oltre i 1500 metri di quota per non essere colpito dalla contraerea è abbastanza simile a quella di Ettore che fugge di fronte ad Achille, coprendosi di infamia.

Ma esiste al giorno d’oggi un combattente che incarni i valori guerrieri tradizionali, e propri anche della cultura guerriera europea? Sembrano ancora esistere figure del genere, ma non nel nostro “occidente”.

Il kamikaze, per esempio, incarna alla perfezione l’ethos guerriero tradizionale, e non a caso fu inventato da una delle società guerriere per eccellenza, quella giapponese.

Il kamikaze, anche quando dirige la propria azione verso civili innocenti e inermi, sacrifica il proprio bene più prezioso, cioè la vita. A prescindere dall’obiettivo del proprio attacco, il kamikaze pone la propria vita esattamente sullo stesso piano di quella dei nemici: uccidendoli, si uccide.

Il kamikaze non è mosso da disprezzo per la vita, come spesso si sente dire, ma dal disprezzo verso la morte, uno dei valori più alti e nobili dell’etica guerriera tradizionale.

Paradossalmente, i veri portavoce della cultura guerriera tradizionale (sia essa europea o asiatica, “occidentale” oppure “orientale”), e dei valori spirituali più genuini e disinteressati sembrano essere proprio quei terroristi che le destre reazionarie europee bollano come portatori di caos ideologico, morale e spirituale.

Le destre xenofobe europee non riescono ad individuare le contraddizioni filosofiche create proprio dalla nostra società, sempre più post-ideologica e sempre più post-spiritualista: l’ethos guerriero del Daesh è molto più fedele alla propria origine, e molto più omerico di quello incarnato dai portavoce della presunta “cultura europea” contemporanea.

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