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musica

di Mihai Vidroiu

I Calle Santiago sono solo una delle tante rock band emergenti del panorama sudamericano, ma con l’uscita del loro primo album “Ad Hominem” si sono ritagliati di diritto un posto tra le migliori proposte degli ultimi anni. Il loro rock progressivo è originale, potente, penetrante, a tratti mistico. Come mistica sembra già la scelta del nome: Calle Santiago, ovvero la strada per Santiago (di Compostela) su idea del batterista Pedro Capón. Un nome che a dire il vero non ha mai convinto gli altri membri del gruppo, soprattutto perché fino alla decisione di incidere il primo album si erano fatti una nomea come “Otherwise”. Ma dal momento in cui decisero di registrare un disco interamente in spagnolo sarebbe servito un nome spagnolo, e “Calle Santiago” fu adottato provvisoriamente in attesa di qualcosa che funzionasse di più. Ma Santiago è anche un segno di riconoscimento, perché Santiago de León de Caracas fu l’originario nome dell’insediamento oggi conosciuto solamente come Caracas, dove vivono tutti i componenti della band, e così il nome rimase.

Ma etimologia a parte, quel che fa veramente la differenza nelle canzoni di questi ventenni sudamericani sono le tonalità espresse, gli esperimenti provati, la qualità del prodotto finale. Le influenze di gruppi miliari come i Pink Floyd, i Genesis o gli Yes sono evidenti, ma il suono si avvicina anche alla Premiata Forneria Marconi, pur con chiare sfumature venezuelane, come per via dell’uso del cuatro, la tipica chitarra venezuelana a quattro corde. Abbiamo perciò deciso di intervistare Manuel Aumaitre Guinand, chitarrista e voce principale del gruppo, per parlare dei Calle Santiago, ma anche della musica più in generale. Perché parlando con Manuel e ascoltando il loro album “Ad Hominem”, le sensazioni trasmesse sono più vicine a un’esperienza mistica che a un futile passatempo.

CS

Raccontaci dei vostri primi passi.

Iniziò tutto a scuola. Rigel, Nicolás, Pedro ed io, assieme ad altri amici, ci riunivamo per suonare cover di rock band che ci piacevano. Inizialmente era solo una distrazione agli impegni quotidiani, non avevamo nessun fine, eravamo spinti solamente dalla passione per la musica e, ancora più importante, fare musica in compagnia di amici. La nostra prima sala prove è la stessa che utilizziamo tutt’ora, dopo oltre otto anni. È un piccolo ma accogliente studio chiamato “Estudio Rio” che si trova nella parte ovest di Caracas, vicino alla maggior parte dei membri del gruppo.

Come fu la vostra prima esibizione in pubblico?

Un delirio. La scuola che frequentavamo organizzava incontri sportivi tra le varie classi una volta al mese. Era uno spazio che veniva utilizzato per partite e tornei per gli studenti. Ricevemmo l’invito di “allietare” uno di questi eventi sportivi, perché Rigel, Nicolás ed io già suonavamo durante le messe che si tenevano all’interno del complesso scolastico. Fino ad allora non avevamo mai suonato con Pedro, che conoscevamo solo di vista. Arrivammo lì con le nostre chitarre e i nostri amplificatori, pensando che sarebbe stato un fiasco e che Pedro non avrebbe avuto intenzione di suonare con noi.

Qualche ora dopo notammo un camioncino che iniziò a scaricare una batteria arancione della Yamaha, Rigel ed io ci guardammo emozionati e terrorizzati allo stesso tempo, e ci dicemmo qualcosa del tipo “questo fa sul serio”. Decidemmo il repertorio sul momento, una scaletta che ricordo ancora con nostalgia. Ci esibimmo nel nostro primo concerto di fronte a circa duecento persone (comunque un gran numero per una prima volta). Bisogna aggiungere: il tutto senza basso, senza monitor, senza l’asta per il microfono, semplicemente col professore di educazione fisica che ci teneva il microfono alla bocca mentre noi suonavamo. Rigel cantò una canzone e io un paio, il pubblico fece moooooooolto chiasso, più di quanto potessimo tener testa… il resto è storia attuale.

CS3

Possiamo dire che oggi il rock è praticamente morto, ma che ci sono gruppi che provano a mantenerlo in vita?

Io non avrei mai il coraggio di affermare che il rock sia morto. Un genere come il rock non potrà mai morire. Lo paragonerei alla musica classica, della quale la gente dice lo stesso, ma io insisto a dire il contrario. Per me esistono solamente i cambiamenti e i cambiamenti possono significare solo una cosa: evoluzione. Non credo che sia necessario intavolare una discussione sul fatto che il rock di questa epoca possa essere inferiore o superiore a quello di una volta, sarebbe come discutere se è meglio la musica barocca o quella del periodo romantico. Sono semplicemente proposte estetiche differenti, nate in tempi differenti, dove la gente veste e cammina diversamente, mangia e parla diversamente, e dove perciò si comunica in una forma diversa.

Non siamo musicisti nostalgici che ascoltano un disco dei Pink Folyd o dei King Crimson desiderando che torni quel periodo e quella forma di fare musica. Più che altro ringraziamo Dio perché quell’epoca è esistita, perché quella musica ha potuto sopravvivere per arrivare fino alle nostre orecchie e ha potuto creare un legame per artisti come Coldplay, Foo Fighters, Muse, Dream Theather, Steven Wilson, Porcpine Tree, Subsignal, Riverside, Half Moon Run, Barock Project e molti altri.

Un punto chiave è che l’industria musicale oggi è concepita in maniera molto diversa da quel periodo. Quel rock artigianale, puro, armonico, con quel suono da nastro, registrato direttamente nella  prima sessione di prove è molto difficile da trovare oggi giorno, però per me non è qualcosa di negativo (se si persegue un suono artistico e un messaggio importante da trasmettere). Di certo esiste rock brutto e rock buono ma è successo in tutte le epoche. La buona notizia è che il tempo depura e fa in modo che a noi arrivi il meglio dal passato, evitandoci il peggio. Adesso è molto presto per dire cosa avrà successo e cosa no, ma ho molta fiducia nel rock di oggi giorno, nella tecnologia al servizio della musica, nelle reti sociali, nel nuovo modo di fare industria musicale e nella riproduzione dei contenuti musicali. Il rock non è morto, è solo differente.

CS2

Da quella prima esibizione nel 2007 all’uscita dell’album sono passati sette anni. Perché così tanti prima di incidere il primo disco?

Volevamo essere sicuri di avere del materiale degno di essere registrato. Siamo molto esigenti sul nostro lavoro e quando entriamo in studio è perché pensiamo che quello che stiamo per registrare meriti di essere registrato. Nutriamo molto rispetto per questo modo di fare le cose. Questo ritmo di lavoro un po’ lento è quel che caratterizza i Calle Santiago, non so il perché ma è così. Ci è costato molto lavoro trovare un sound caratteristico e l’insieme di canzoni che hanno dato vita alla trama di “Ad Hominem”. Inoltre abbiamo fatto molte ricerche, si sono aggregati molti musicisti che poi hanno deciso di andarsene. Alla fine questo tempo è stato investito nella nostra crescita professionale e d’altra parte ha ritardato l’uscita del nostro primo disco.

Parliamo dell’album, “Ad Hominem”. Avevate spiegato che il titolo fu ispirato dal fatto che parla dell’essere umano in molti dei suoi aspetti emotivi. Ma perché la scelta di un titolo in latino?

Il latino è la madre dello spagnolo, così come delle lingue romanze. Una delle prerogative dei Calle Santiago è quella di fare rock progressivo in lingua spagnola, anche perché quasi nessun gruppo che oggi fa questo tipo di musica canta in spagnolo, ma in inglese (e comunque non abbiamo nulla contro l’inglese). Poi ci è parso che questa frase abbia una forza imponente, un suono distinto, come se appartenesse a un altro tempo. Volevamo questo tipo di concezione nella mente della gente che ascolta il nome del nostro disco. È la prima avvisaglia di quello che andranno ad ascoltare, e comunque qualcosa di diverso da quello che generalmente hanno ascoltato.

Le storie raccontate nell’album sono tratte da vicende personali?

No. O quanto meno non da vicende personali passate (e speriamo che a nessuno di noi capiti qualcosa come quello che accade in Némesis).

Canzone preferita e perché.

La mia è “Outro”. Ha un carattere distinto, ambiguo. Da alcuni mi è stato detto che è una canzone molto tetra e oscura, da altri che parla di speranza. Potrebbe essere associata al tema di “Némesis”, anche se funziona perfettamente pure come tema isolato. Sono questi dati curiosi che la rendono un gioiello. Il potere della sua armonia, la soavità e l’intimità di un pianoforte e una voce, alla fine non incontrerai un’altra composizione simile in tutto il disco.

Como descriveresti il vostro sound a chi non vi ha mai ascoltato? Perché comunque non è solo rock progressivo, ha molte influenze “venezuelane”, come il cuatro o la scelta del sassofono nell’assolo finale di “Otro lado”.

Ci sono molte influenze che convergono nel genere progressivo. È uno dei grandi vantaggi di suonare progressive rock: puoi inserire elementi di altri generi apparentemente distanti e sentirli perfettamente integrati. In generale nei Calle Santiago gestiamo una grande varietà di stili e di influenze, dato che i membri del gruppo sono molto diversi in quanto a gusti personali. In “Ad Hominem” puoi incontrare rock progressivo, heavy metal, elettronica, ballate e musica alternativa, tutti inquadrati in questa griglia chiamata progressive. L’uso del cuatro e del sassofono è semplicemente una conseguenza delle nostre curiosità sonore, amiamo fare musica e alimentarla di elementi inaspettati. Per il prossimo album stiamo valutando la possibilità di inserire strumenti musicali più sinfonici come flauti, violini o ottoni, oltre a voler inserire un po’ di jazz, musiche sperimentali e psichedeliche.

Quindi pubblicherete un secondo album?

Si. È nei nostri piani recarci in studio nel corso di quest’anno e produrre il disco interamente da soli (la stessa formula applicata al precedente). Speriamo di vederlo uscire nel corso del 2017… È già stata una lunga attesa per i fan e per noi stessi.

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