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politica

di Cecilia Gaudenzi

L’11 settembre 2001, una data indelebile nella memoria collettiva, un evento spartiacque che ha consacrato, nel più appariscente dei modi, il ruolo da protagonista di uno degli attori più pericolosi per la stabilità e la sicurezza internazionale, il terrorismo islamico.

Dietro questa definizione tante sigle.

ISIL, Al Qai’da, Boko Aram, AQMI, MUJAO, al-Murabitun: la lista è lunga. Una vera e propria rete terroristica, animata da personaggi che dal deserto del Sahel alle montagne dell’ Afghanistan si organizzano e agiscono con il fine di ricreare il grande Stato Islamico e di colpire i paesi occidentali, la loro popolazione e, tramite essi, la loro leadership.

Dopo quel giorno tutto è cambiato e in risposta al più grave attacco mai subito, il governo americano guidato da G. W. Bush si impegna a fronteggiare il terrorismo con ogni mezzo.

Un nemico che da quindici anni continua ad essere affrontato con grande energia e con strategie che nel tempo si sono modificate seguendo le direttive impartite dai presidenti.

Quale la differenza tra Bush e Obama: da subito, nel quadro della guerra preventiva, Bush sviluppò la policy di impiego delle Forze Speciali soggette a un comando unico, lo Special Operations Command, che comprende un numero di unità altamente specializzate; al contrario Obama, alla fine del suo secondo mandato, ha scelto di combattere il terrorismo riducendo le forze convenzionali sul campo e coinvolgendo il maggior numero possibile di paesi “amici”. Perno della strategia USA si conferma comunque l’impiego dei reparti speciali.

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L’organizzazione di questi corpi di èlite e il loro impiego dopo l’11 settembre rappresentano il cuore della politica statunitense. La trasformazione del concetto di guerra, le caratteristiche del nemico, le condizioni geopolitiche internazionali, hanno costretto gli Stati Uniti a rivedere l’impostazione della Difesa.

Bush puntava sul massiccio impiego delle forze di terra con un notevolissimo investimento economico. Le operazioni in Afghanistan e in Iraq hanno contribuito alla caduta dei regimi che governavano quei paesi, ma non sono riuscite a neutralizzare la minaccia della rete di Al Qai’da. Fin da subito era emersa la necessità di operazioni mirate, sia sul suolo americano che in terra straniera, per prevenire e/o rispondere alle azioni dei terroristi.

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Missioni di ricognizione, liberazione di ostaggi, attività di contro-insurrezione, ricerca e cattura dei leader del terrore. Questi i compiti affidati ai reparti speciali che dipendono ora direttamente dalla Casa Bianca nell’ambito di una nuova cornice normativa che offre un ombrello di protezione legale a chi dispone e a chi esegue tali operazioni.

Nel corso degli anni, questi interventi sono risultati strategicamente più importanti della stessa azione politica e diplomatica, tanto da far spostare il peso delle scelte determinanti dal Dipartimento di Stato a quello della Difesa.

La crisi economica manifestatasi nel primo decennio degli anni Duemila e una visione geopolitica diversa, non solo militare, ha portato la Presidenza democratica di Obama alla sensibile riduzione delle forze convenzionali di terra e ad un approccio mirato ad intervenire nella soluzione di problemi socioeconomici, terreno di cultura per la diffusione del messaggio terroristico.

La formazione del sedicente Stato Islamico necessitava di una riflessione più profonda e più ampia, con il coinvolgimento del maggior numero possibile di paesi alleati.

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Nonostante le misure adottate dagli USA, negli ultimi anni, la minaccia terroristica si è evoluta in una nuova fase. Dal momento che gli Stati Uniti hanno rafforzato la capacità di prevenzione e reazione ad attacchi complessi come quelli del 9/11, i terroristi hanno messo in pratica un nuovo modus operandi, meno complesso ma dalla stessa portata violenta, come i rapimenti di ostaggi, la loro condanna a morte e la diffusione dei video delle loro esecuzioni.

I militari americani continuano a dare la caccia ai cospiratori terroristi in qualsiasi paese necessario. In Iraq e in Syria, raid aerei colpiscono i leader di ISIL, le loro armi, petroliere e infrastrutture. I loro più stretti alleati, Francia, Germania e Regno Unito, aiutano gli Stati Uniti a massimizzare il loro sforzo per distruggere ISIL. L’America fornisce supporto e attrezzature ai combattenti siriani ed iracheni che combattono ISIL sul territorio, in modo tale da negare ai terroristi alcun rifugio sicuro. In Iraq e Syria, vengono inviate forze per operazioni speciali.

La leadership americana lavora con gli alleati e con la Comunità Internazionale al fine di fermare le operazioni di ISIL, di tagliare i loro finanziamenti e impedire loro di reclutare combattenti, perseguendo allo stesso tempo un processo che veda il cessate il fuoco e una soluzione politica alla guerra siriana, con sostegno particolare a tutti i paesi musulmani che si proclamano per un islam moderato.

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Il mandato di Obama alla Presidenza statunitense sta volgendo al termine; è ormai certo che la lotta per la Casa Bianca sarà fra la democratica Hillary Clinton, già Segretario di Stato durante il primo mandato di Obama e il repubblicano Donald Trump. Continuità o completa rottura con il passato? Rinnovo della strategia di collaborazione con i paesi islamici moderati o esclusiva esibizione di muscoli? Saranno gli elettori americani a decidere quale piega prenderà la lotta al terrorismo internazionale nei prossimi anni.

One thought on “LOTTA AL TERRORISMO: USCIRà DALLE URNE LA NUOVA STRATEGIA AMERICANA

  1. Ottima analisi, non solo perchè illustra quali possibili scenari potranno aprirsi nella lotta al terrorismo ma anche perchè si tratta di strategie destinate a cambiare il mondo.
    roberta

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