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visulart
di Simone Pallotta
Scrivere addomestica il mondo. La lettera è l’estremo condensato della vita, segno che si somma ad altri segni, capace di creare infiniti mondi e di descrivere il nostro. La lettera è anche soggetto a se stante, segno che esprime movimento, grazia, espressività, elemento con una sua precisa personalità.
Nei primi anni ’70 la lettera si trasforma in strumento che non crea parole ma nuove identità, componendosi in nomi inventati, semplici e orecchiabili. Le lettere si sommano e diventano una firma e per quanto ogni writer ami la sua sa perfettamente che è solamente il veicolo del suo stile, segno capace di superare la necessità di un contenuto per configurarsi come strumento espressivo da studiare e reinventare.
La firma è espressione della personalità, abito su misura che riflette la nostra percezione del bello, gesto che si esprime con caratteristiche personali uniche. Spiner porta questa visione estetica delle lettere al limite e spiazza tutti: se nel writing le lettere tendono ad un ingombro sempre più importante, dove la metratura sembra aver più valore della caratura, lui decide di dedicare vent’anni ad un esercizio continuo, un mantra segnico in evoluzione costante, con una meticolosa attenzione alla composizione e al posizionamento e con un atteggiamento compulsivo ma controllato che trova nella ripetizione una volontà mai ripetitiva, dove le lettere sono le stesse ma possono e devono sempre essere diverse.
Un lavoro come il suo ribalta la concezione di un writing invasivo, avido di spazi sempre diversi e territori da conquistare, per concentrarsi su uno settore limitato di città dove sedimentare e sovrapporre la propria evoluzione segnica. Un’accumulazione che acquista il valore di un’esposizione permanente capace di mostrarci una ricerca costante, un lavoro di scrittura che sembra allontanare Spiner dallo stesso ambiente del writing, mostrando in pubblico la produzione di qualcosa di molto privato.
“In un certo senso è come se la lettera avesse perso la sua funzione, e fosse libera dal passato, e persino dal futuro, e le fosse così permesso di entrare in una realtà pittorica”, scriveva Edith Deak nel testo del catalogo della mostra di Rammellzee dell’87. L’impressione è che, una volta portata a livelli così alti, la tag non tema il confronto con l’arte, specialmente con quel tipo di astrazione che non cancella la forma ma che la trasforma per sfidarci ad interpretarla. Spiner trasforma le sue lettere in uno spunto, un pretesto per verificare la tenuta strutturale e la flessibilità formale nella mutazione più estrema, una volontà di scrittura che supera qualsiasi confine stabilito sino ad oggi, dove la personalità è espressa in lettere e la vita si srotola per strada.
Book Launch: https://www.facebook.com/events/506043236248238/
spiner

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