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di G.Cenni e F.Gherardi

“Spero un giorno di non essere più alla moda per diventare un classico”. Frase e pensiero di Pedro Almodovar, semplicemente il più influente regista, e forse anche artista, spagnolo degli ultimi vent’anni. E non per i due Oscar vinti ma perché i suoi film ti fanno riflettere e riflettono. Sono la fotografia della vita di strada e della gente, raccontata così com’è, senza filtri. Quella vita che Almodovar ha saputo catturare, spiandola spesso, dai café di Malasaña. El “barrio de las Maravillas”, il quadrilatero di viuzze disordinatamente incastonate tra le zone di Chueca e Arguelles, compreso tra le metro di San Bernardo, Bilbao, Noviciado e Tribunal, subito a nord del centro pulsante ed amministrativo della capitale spagnola. Scoprire per la prima volta Malasaña è come distinguere le trame di una storia che si diverte a cambiare protagonisti in ogni istante, ad ogni angolo. Silenziosi, colorati, malinconici e alternativi. Malasaña è i suoi abitanti, ed anche qualcosa in più. D’altronde non può avere un destino scontato un “barrio” che ha deciso di dimenticare il suo nome originario, Maravillas, in onore da religiosa tradizione della sua chiesa più importante, l’Iglesia de las Maravillas, per consegnare alla cultura di massa un omaggio spontaneo ad una giovane sarta di umili origini, Manuela Malasaña, che a costo della sua stessa vita combatté per il proprio quartiere con l’unica arma a disposizione, un paio di forbici, contro le truppe napoleoniche nel corso della rivolta del 2 maggio del 1808. “Dos de Mayo”, il nome della piazza principale, il cuore del quartiere, lì dove in un modo o nell’altro sembrano affacciare un po’ tutti, impercettibilmente nascosti da balconi rovinati dal tempo e distanti, non solo cartina alla mano, dagli stessi che arricchiscono, eleganti, Gran Via, Cibeles e l’intera città. I balconi di Malasaña rappresentano l’inedito di una galleria fotografica, di una storia, ancora lei, che si arrampica sui muri colorati da murales anonimi nelle firme ma non nei concetti.

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A Plaza Dos de Mayo ci si arriva a piedi, perché i taxi dentro Malasaña entrerebbero pure ma non sarebbe la stessa cosa. E ci si arriva da calle Daloiz ad ovest e calle Velarde ad est, i due capitani di artiglieria che guidarono, sempre in quel 2 maggio, la rivolta contro le truppe francesi. Sono loro, al centro della piazza, a darsi appuntamento simbolico sottoforma di una doppia statua monumentale su cui qualcuno, nel tempo e tra le mani proprio di Velarde, ha incastrato una bottiglia di vetro. Perché la rivoluzione da queste parti si fa soprattutto a suon di “botellòn”, sorseggiando una “cerveza”, un “vaso de vino” o semplicemente un tè per strada o in uno dei tanti cafè. Tappa obbligata è il “Pepe Botella”, una vera e propria pennellata di Malasaña. In pieno giorno tanto quanto a tarda notte. Pedro Almodovar, ancora lui, Alejandro Amenábar o Eduardo Noriega lo hanno fatto e continuano a farlo, ma non per questo sareste meno fortunati se al tavolo accanto al vostro trovaste due giovani attori di teatro che sorseggiano un aperitivo. Disponibili, perché no, a consegnarvi la loro personalissima istantanea del quartiere che li accoglie. Non considerate Malasaña solo ed esclusivamente per la movida. Certo, alcuni suoi locali ed eventi di strada hanno tracciato, e tracciano tutt’ora, un solco profondo nelle notti madrileñe, ma “el barrio de las Maravillas” può essere il luogo giusto anche di ritorno da un concerto, o magari da un partita al Santiago Bernabeu, per far calare i titoli di coda su una serata fatta di musica e frastuono con il suo malinconico ed inusuale silenzio. Eccola una storia che non ti aspetti, ma che ad esempio nello spicchio seminascosto di “plaza Juan Pujol”, circondato da vinerie che distillano sensazioni positive, chiudendo gli occhi ed ascoltando il rumore dei passi e delle saracinesche in chiusura, riesci serenamente a riconoscere. Perché la movida è ricercata a Malasaña.dsc_1818

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Spunti e storie in ogni scorcio e magari tra i volumi della piccola libreria di Calle Espiritu Santo, “Libros par un Mundo Mejor”. Ed un mondo migliore è proprio quello che sembra regalare un luogo sospeso nel tempo, che il “dos de mayo” ha lottato per la sua libertà, consegnando a chi sarebbe venuto dopo la convinzione che nulla, qui, sarebbe stato uguale ad altre parti. Potevamo dirvi che a Malasaña si beve, non si va mai a dormire, ci si esprime in massima libertà e non si rispettano le regole. Che le contraddizioni esistono, tanto quanto i cartelli che vietano l’utilizzo de la pelota, la palla, nella piazza principale. Potevamo chiudere facendo nostra la frase iniziale, scrivendo che lungo le sue vie tutto sembra una moda ma nulla è un classico. Potevamo raccontarvi qualcosa che già si conosceva. Ma sarebbe stata la solita storia. E soprattutto non sarebbe stato Malasaña.

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