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il filo rosso della legalità
di Edoardo Levantini

L’aggressione di Roberto Spada al giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi di ieri non è una manifestazione di forza. E’ il sintomo del nervosismo, della tensione di un clan rimasto –per tanti anni- un fenomeno criminale considerato minimale, un gruppo di ex nomadi, da tempo stanziali, che commettevano piccoli reati, gente da poco insomma.

E’ con le indagini per il duplice omicidio di «Sorcanera» e «Baficchio», i soprannomi di Franchino Antonini e Giovanni Galleoni, due malavitosi in passato accusati, ma poi assolti, di associazione a delinquere di stampo mafioso nel processo Anco Marzio. E’ nel corso di quell’inchiesta e in quelle successive, sviluppatisi grazie all’impulso degli uomini della squadra mobile di Renato Cortese coordinati dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, che si intravede “finalmente” il balzo fatto dagli Spada per il controllo del territorio. Il legame forte -racconterà ai magistrati romani il collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia- con il clan Fasciani. Poi le parentele che contano con i Casamonica.

Basta il nome degli Spada per far paura, nel tribunale di Roma e ad Ostia lo sanno bene: nel processo che ha visto la condanna di Carmine “Romoletto” Spada,  per reati aggravati dal metodo mafioso, sono passati mesi e mesi senza poter trovare un traduttore per le intercettazioni in sinti tra l’imputato e suoi parenti. La fama degli Spada li precede, non sono necessarie minacce. Gli Spada sono un vero e proprio esercito appariscente, poco disciplinato e soprattutto visibile anche sui social media. Oltre al timore godono anche di un consenso sociale come le altre organizzazioni criminali autoctone della capitale “danno lavoro” e svolgono un ruolo nel “welfare” anche questo dovrebbe essere un tema del dibattito politico sulle mafie a Roma e nel Lazio.

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