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LETTERATURA

DI GERMANA RECCHIA

 

Leggere la crisi dei tempi e dei valori partendo dal declino identitario dell’istruzione e della scuola. Quando il crollo generale dei principi individuali, sociali e relazionali, quelli veri e non quelli social-virtuali (anch’essi comunque specchio dei tempi) fanno risalire, a ritroso, alla destrutturazione – a volte istituzionalizzata – della scuola, sia al suo interno, sia verso l’esterno, e proprio per le sue specifiche finalità legate alla formazione delle nuove generazioni che sono il vivaio pulsante del futuro e del Paese.

Avevo appena finito di leggere i tre ultimi libricini (piccoli per formato, sia chiaro) di Roberto Sandrucci, già maestro di scuola elementare e poi insegnante di liceo, e stavo per scriverne una recensione. Un articolo che potesse collegarne i temi fondamentali e comuni: scuola, saperi, educazione, cultura e – di contro – ignoranza e arroganza dei tempi in cui viviamo e parallela disgregazione, forse non casuale, della scuola e del suo valore. Quando ho trovato per caso un’intervista a Daniel Pennac, su Play Ground Do del Centro di Cultura contemporanea di Barcellona. Scrittore famoso, Pennac è stato insegnante e prima ancora ‘pessimo studente’ come dice di se stesso. Ero un pessimo studente, dichiara, perché avevo paura di non saper rispondere alle domande degli insegnanti. Da insegnante, prosegue, ho voluto curare i bambini da quella paura. E d’altronde anche i professori hanno paura: di non essere bravi a insegnare. La paura, prosegue, questa paura, ha a che fare con la solitudine: dei bambini, degli insegnanti, dei genitori. Una solitudine che si può eliminare creando un progetto comune da condividere, in cui coinvolgere i bambini, come per esempio il teatro. Io, dice, sono stato salvato da un insegnante a cui raccontavo sempre un sacco di bugie perché non studiavo e non facevo i compiti e così lui, un giorno, mi disse ‘visto che sei così ricco di fantasia, non farai altri compiti, ma scriverai una storia’, in questo modo ha fatto di me uno scrittore, lavorando su una mia inclinazione naturale, al di fuori dei metodi tradizionali. Il problema dei bambini oggi, però, è che vengono trattati anche loro come consumatori, come clienti potenziali e così poi si comportano in classe. Perché questa è la nostra cultura quotidiana diffusa, che si rivolge ai desideri delle persone, giovani e adulti. Ma io, sottolinea  Pennac, come insegnante, come educatore, non mi rivolgo ai desideri dei ragazzi, io mi rivolgo ai loro bisogni, ai bisogni fondamentali: leggere, scrivere, pensare, riflettere. Se no, accade che il bambino confonde e scambia i suoi desideri con i suoi bisogni. Compito di noi adulti è invece quello di separare il desiderio dal bisogno. E la felicità, la vera felicità, la raggiungiamo quando arriviamo a capire, quando all’improvviso capiamo! È la comprensione la fonte della felicità, non il soddisfacimento di un desiderio. Un genitore, un insegnante, deve sentirsi responsabile di fronte al ragazzo, e cos’è che deve fare? Dare l’esempio. Voglio parlare ai ragazzi di tre cose – conclude lo scrittore – che sono fondamentali: l’amore, perché l’amore rende intelligenti; la curiosità, che è un motore di ricerca e di conoscenza fondamentale; la condivisione del sapere: ciò che sappiamo non è proprietà privata, non ci appartiene, e condividerlo rende felici. I ‘passeurs’ fanno questo, sono dei ‘traghettatori’ del sapere, della conoscenza, quel che sanno ‘passa’ attraverso di loro ad altri.

Trovo in questa testimonianza di Pennac una sintesi illuminata di temi e di riflessioni preziose per i nostri giorni, sia per noi adulti, sia per i giovani, dentro e fuori dalle classi. Perché parlare di paure e della voglia di superarle, di solitudine, di condivisione, di superamento di metodi rigidi per dare vita alle passioni e alle inclinazioni potrebbe essere un grande inizio, un nuovo inizio, per rimettere in circolo risorse preesistenti  ed  energie sane sulle quali costruire prospettive differenti, perfino rivoluzionarie. Non sono infatti i luoghi o le disponibilità di mezzi e di strutture materiali che innescano processi innovativi e fecondi, rivoluzionari quindi, ma sono i processi osmotici di trasmissione di saperi e di sensazioni, che nel passaggio si trasformano e che nel nuovo domicilio soggettivo si radicano arricchendosi di identità uniche. Non basate sul soddisfacimento di desideri  immediati e superflui, commerciali, ma sulla risposta a bisogni che fanno evolvere e diventare adulti e magari grandi. Questo cambia perfino il mondo.

Non volendo, Daniel Pennac mi ha aiutata o ispirata nell’unire i libri di Sandrucci in un solo filo conduttore ed insieme a Pennac un piccolo saggio (anche questo ‘piccolo’ per dimensioni) su Leopardi come educatore.[1] Perché anche Leopardi, poeta e pensatore che ho studiato e amato tanto, crede nell’uomo integro intellettualmente e nell’animo umano profondamente libero e crede in fondo che solo nella libertà di pensiero e di espressione si cresce e si diventa uomini. La libertà non è quindi solo una dimensione interiore imprescindibile, una condizione sociale fondamentale, un esercizio di responsabilità e di consapevolezza, ma è un presupposto dell’animo e del sentimento, della passione, che fa vivere la vita e senza la quale non si può dire di essere vissuti. E la formazione umana, secondo Leopardi, è insidiata proprio dall’educazione quando essa ‘non possiede il sapore e il sapere della libertà’.[2]

Le guerre delli atomobilisti[3] (2014); Questo giardino che oggi tu distruggi[4] (2017); La scuola sotto il genere della commedia[5] (2012): di questo stiamo parlando e da qui siamo partiti. Roberto Sandrucci, l’autore, è un intellettuale e un poeta, un pensatore e un filosofo forse troppo pensante di quelli che risollevano il livello della nostra umanità e della nostra cultura. Leggete questi tre opuscoli e vi stupirete; solo l’idea e l’architettura che ci stanno dietro, nonché il linguaggio rifondato per il primo e il secondo, e il genere poetico misto di “Questo giardino” sono sorprendenti. Ma l’analisi lucida della condizione attuale della scuola pubblica italiana fa sentire male. E la questione della nostra scuola è la prima nel tempo ad essere affrontata (il saggio è del 2012).

Roberto, chiedo, ho letto i tuoi libricini insieme iniziando dalle ‘guerre delli atomobilisti’, per poi passare al poema sui temi ambientali e senza finirlo, per curiosità, ho iniziato il saggio sulla scuola. Ho pensato da subito che ci fosse un unico sottile filo di ispirazione, mi sbaglio?

Scrivo all’autore in cerca di conferme e per complimentarmi. Lui non risponde, non conferma e non smentisce. Mi sembra però che ringraziandomi condivida. La nitidezza e l’acume con cui ritrae la condizione della scuola italiana è disarmante e d’altronde la colpa non è di chi riflette e ritrae e in quel mondo ci lavora, pagandone tutte le conseguenze. Perché se esiste un progetto di distruzione della scuola, ed esiste ed è già in stato avanzato, tanto da andare ben oltre la provocazione di  Papini “Chiudiamo le scuole”, se esiste, dicevo, come stupirsi nel registrare ogni istante e a ogni angolo di città un inasprirsi della condizione umana individuale e collettiva, che si accartoccia  su un nihilismo individualistico e su una ferocia auto ed etero distruttiva? Che questo si esprima nella nevrosi patologica dell’automobilista o nella distruzione senza ritorno del pianeta in cui viviamo non cambia la progressione, sempre più rapida, verso il baratro.

Allora, ho visto chiaramente come il saggio sulla scuola sembra precedere gli altri due come un tronco da cui discendono dei rami, che nel momento in cui si ammala dalle radici, primo o poi mostrerà anche i rami e le foglie marcescenti. Questione di tempo.

Il saggio sulla scuola è stato anche recensito da Claudio Canal su “il manifesto” dell’ottobre 2013 in modo molto interessante, con spunti di riflessione utili. “Roberto Sandrucci (…) – scrive Canal – ha chiaro in mente che la comicità cinica applicata alla scuola non è una pratica periferica o di sottobosco, bensì una vera strategia politica, una montatura che, non sapendo dare un senso ai processi educativi, li mette in caricatura. In questa grande operazione ci siamo un po’ tutti: i media, prima di tutto, molti insegnanti, disorientati e demoralizzati, politici e amministratori che della scuola spesso fanno terreno di scontro ideologico, la cosiddetta opinione pubblica che vagola tra indifferenza e astio.”

“Sandrucci prende spunto da un best seller di più di vent’anni fa, Io speriamo che me la cavo di Marcello D’Orta. (…). Nella realtà un collage di frasi accuratamente montate dal maestro D’Orta. L’esito finale è la scuola come luogo di spasso, i bambini gli sgarruppati nel fraseggio e nel pensiero e gli insegnanti spettatori del caos tragicomico.” Si dedica poi al libro di Paola Mastrocola, “La scuola narrata al mio cane, a Nessuna scuola mi consola di Chiara Valerio, al telefilm I ragazzi della 3aC di Claudio Risi, ai due libri di Gianmario Perboni Perle ai porci e Perle, al film Classe mista 3aA di Federico Moccia, e, per finire molto in basso, a 5 in condotta di Mario Giordano.”

La situazione ritratta in questi libri e film è un mezzo ulteriore “per mettere Ko la scuola attraverso l’irrisione e il grottesco. Stiamo naturalmente parlando della scuola pubblica, perché quella privata sembra non a caso star fuori dalla scena.” E tutto questo è fatto anche dagli ‘addetti ai lavori’ da insegnanti e professori che usano il ridicolo a fini commerciali e mettendo in fuga, attraverso il comico, la possibilità di discutere e di ricostruire. Forse perché “si ride di ciò di cui non si ha la capacità, o la volontà, di discutere seriamente. Esiste una scuola pubblica che opera in una società complessa e conflittuale con i compiti istruttivi e formativi assegnatele dalla Costituzione; una scuola pubblica con difficoltà anche gravi. C’è una parte non trascurabile di studenti e di insegnanti che non ottengono buoni risultati. Esiste un tesoro culturale – solo in considerazione del quale la società può continuare a svilupparsi mantenendo ferma la distinzione tra giustizia e ingiustizia, tra progresso e imbarbarimento – che sempre meno riesce a passare alle nuove generazioni.”[6] Un ritratto impietoso della realtà. Una condizione su cui hanno agito in modo peggiorativo le riforme della scuola pubblica e dell’università che si sono susseguite. Ancora di questi giorni le notizie di genitori che picchiano i professori, colpevoli della bocciatura o dell’insufficienza dei figli. E allora comprendi meglio perché siamo arrivati a un punto di nevrosi e di furore distruttivo senza quasi ritorno. “Ciò che impressiona oggi – dice Corrado Augias – è la caduta verticale del senso dei doveri, la scuola non solo come apprendimento di certe nozioni ma come apprendimento dello status di cittadino consapevole […]. Ai miei tempi bastava il bidello a tenere in ordine una classe […]”.[7]

Così, la scuola, non è l’officina della crisi e della decadenza, peggio, è lo specchio di una realtà sociale e culturale, civile, profondamente in difficoltà e in emergenza e tutta da rifondare. Esiste un disagio radicale, trasversale dei valori, sul quale non deve e non può necessariamente intervenire la scuola e l’insegnamento, che non possono sostituirsi alla famiglia e agli altri livelli formativi tradizionali. Ma in questo quadro, appunto, si colloca perfettamente la lettura ironica e paradossale della follia di uomini e donne al volante dei loro personali mezzi di trasporto. A Roma, poi, nulla è tanto attuale. Le guerre delli atomobilisti[8] , come si legge in copertina, “mette in scena i comportamenti antagonistici ed esibizionistici degli italiani al volante: refrattari alle regole, eccitati e rintronati dalla propaganda commerciale, protagonisti delle quotidiane prepotenze, insolenze e aggressioni – verbali e, nei casi estremi, fisiche – che accadono sulle nostre strade.”

La prefazione, “L’inciviltà delle macchine”, è di Francesco Muzzioli, critico letterario e docente universitario, ed è bella, lucida, nitida. Spiega, come farà egregiamente anche l’Autore nella ‘Nota finale’, il significato non solo dello scritto, ma di un fenomeno umano o meglio ancora di un’umanità ridotta così: esseri umani che si imbarbariscono al volante e non solo! Il linguaggio inventato da Sandrucci è esilarante, quasi uno scioglilingua e sciogli-mente, una satira irriverente intrecciata nelle parole e nei suoni. La miseria umana diventa onomatopeica.

Questa miseria non si poteva esprimerla e rappresentarla con il nostro italiano parlato e scritto abituale, ben codificato, perché non avrebbe reso il fenomeno della ‘bestialità’. Ci voleva una lingua non codificata, non ortodossa, suoni tra volgare latino dialetto. Quasi un’espressione, ripeto, onomatopeica che fuoriesce dalle righe e dalla pagina per rendere lo stupore verso qualcosa di spaventoso, di mostruoso, qualcosa che dovrebbe renderci irriconoscibili, se non fosse ormai un comportamento usuale. Ma il mostro è l’automobile?!  O l’automobile è espediente, è pretesto, è mezzo per  una disumanizzazione trasversale? A qualunque età, qualunque sesso, qualunque livello di istruzione e di educazione? Quasi un mezzo materiale usato come alibi per esprime un dionisiaco altrove contenuto. Una satira per immagini, che puoi visualizzare, che immagini anche rappresentate su un palcoscenico, perché per le strade si assiste ogni giorno a folli sceneggiate, di cui ognuno sarà stato protagonista almeno una volta nella vita.

E la stessa disumana follia, incosciente e inconsapevole delle conseguenze, è ben rappresentata in  Questo giardino che oggi tu distruggi, un poema in versi – “rimati, ma stilati in forma semi-prosastica – sui temi dell’oppressione, della ribellione e dell’affrancamento, interpretabili sia a livello storico-politico che spirituale.” La distruzione della natura e del pianeta sul quale viviamo, dal quale ci siamo allontanati dimentichi che da lì originiamo noi e la nostra sopravvivenza. Prima o poi tutto questo ci si rivolterà contro, trasformando la natura madre in natura matrigna, forse già è accaduto e accade senza portare a una responsabilizzazione delle coscienze.

I testi sono complessi e richiedono una lettura attenta, seduti comodamente, senza distrazioni. Il soggetto parlante sembra femminile ma le singole sezioni hanno una premessa introduttiva che aiuta la comprensione di un linguaggio pre-linguistico, di difficile intendimento. Ci si trova di fronte a una sorta di ‘dialogo amoroso’ tra vita e morte e ogni tanto la Natura Madre impartisce una lezione alla Natura Matrigna, ricordandoci Lucrezio. Forse sarebbe stato troppo semplice e troppo banale esprimere con la nostra lingua corrente la distruzione dell’intero patrimonio naturale avuto in dono e in dote senza far nulla e di quello sociale civile democratico istituzionale costruito con tanta fatica dai nostri predecessori (vedi testi precedenti). Siamo noi gli eroi della distruzione senza bombe e senza guerre, come se il seme destrutturante del male camminasse con noi ogni istante. Fino a scuola. Difficile allora dare quell’esempio che educa, essere i ‘passeurs’ del sapere della conoscenza alle nuove generazioni. Chi e cosa ci salverà? Attendo curiosa le prossime produzioni di Roberto Sandrucci e sono certa che ha una risposta che a me ancora manca.

 

[1] Franco Cambi, Mario Gennari, Leopardi come educatore, Genova, Il melograno, 2018.
[2] F. Cambi, M. Gennari, Op. cit., p. 23.
[3] R. Sandrucci, Le guerre delli atomobilisti, Lithos editore, 2014.
[4] R. Sandrucci, Questo giardino che oggi tu distruggi, Lithos editore, 2017.
[5] R. Sandrucci, La scuola sotto il genere della commedia. Rappresentazioni della scuola pubblica italiana: studio su sette casi; Edizioni ETS, 2012.
[6] R. Sandrucci, La scuola sotto il genere della commedia, cit., p. 19.
[7] R. Sandrucci, Ivi, p. 143.
[8] R. Sandrucci, Cit., nota 3.

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