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SPORT

DI GERMANA RECCHIA

Prima

Come “cortese” lo celebra Pascoli, ma secondo la storia tanto cortese non fu. Tra poesia, realtà e favola si aggira così l’avventura del runner e del camminatore, che sceglie i 100 km resi celebri dal brigante del posto (prima che da Calcaterra). Un ‘re della strada e della foresta’ che più che sfidare se stesso, lungo i tanti km, ce l’aveva col potere costituito, ma tenero non era nemmeno con il resto degli umani. Magari, con il potere, si scontrano un po’ tutti i corridori, considerati ‘folli’ al di fuori di questa rotta, che dal centro di Firenze porta fino alla piazza di Faenza. CENTO chilometri di asfalto e di pendii, di verde e di grigio ameno, tra sole e caldo pomeridiano, tra luce e buio improvviso anche per chi la conclude in sei o sette ore, con la salita che porta al Passo della Colla dove i km scendono (solo) a metà. Poi, si dice che sia tutta discesa, una discesa che si somma alla fatica, ai dolori, agli imprevisti di quel giorno e di quella gara, ai tanti ‘se’ e ai tanti ‘ma’ del prima del durante e del dopo.

Comunque vada, comunque sia, non è la gara che vivi lì, in quei due mezzi giorni lunghi, fuori dal comune, tra giorno e notte, tra Firenze e Faenza, tra strada e verde incantevole. Il Passatore è una fase della tua vita, un progetto, un sogno, un’idea o un’ideale a cui guardare con intensa dedizione per un po’, diciamo per almeno sei mesi stando larghi e tre standoci più stretti. I tuoi pensieri i tuoi programmi, le tue cene con gli amici le tue tirate fino tardi il tuo tempo libero per gli allenamenti e per i lunghi e per le gare… Tutto dal momento in cui decidi guarda a lui: a quel mostro sacro, a quel brigante cortese. Per lui devi avere testa e gambe in forma, cuore palpitante, motivazione appassionata, e devi prepararle e allenarle e devi starci sopra e vicino e intorno per mesi e mesi prima. Diventa un amante, un amore, che ti ispira in mezzo al tran tran quotidiano di sempre. Lo ami e lo temi.

La condivisione con gli amici che l’hanno corso già almeno una volta, gli incontri con i nuovi amici che lo affrontano da neofiti, come te, l’emozione di un’esperienza che accomuna tanti uomini e tante donne indefessi e coraggiosi, folli. Lo sbalordimento di chi non capisce come e perché lo fai; il segreto da tenere con chi non potrebbe comprendere né condividere un sogno come questo. E poi le tappe lente di avvicinamento. Un po’ come gli esami da superare, che una volta si registravano sullo statino, mese per mese, anno per anno, e di lì avanti per quel che c’era dopo. Se superavi un passaggio andavi oltre e se no ti fermavi. Il Passatore un po’ una ‘laurea honoris causa’ lo è per un runner, è il coronamento di un percorso e l’arricchimento affannato di un ‘libretto podistico’ inesistente. Ma solo per chi davvero lo desidera e si sente ispirato anche senza conoscere bene né la meta né la sfida. Solo che dopo, l’amore e la passione possono diventare vorticosi e non fermarsi più. Devi ancora tagliare il primo traguardo e ‘nel bel mezzo del cammin’ pensi già: il prossimo anno torno!

Questo amore è un gran bel mostro che affronti, tra saliscendi ricorrenti, tra certezze e ripensamenti continui, quando la voglia di correre, quella di base, ti viene meno a ogni pensiero e a ogni passo, quando non ce la fai a fare 10 km e ti chiedi come potrai farne 100! Quando sei certa che, sempre con fatica, la maratona in 4 ore e 30 (quella di Roma ai primi di aprile) la chiuderai e invece al 19° ti senti  finita; quando chiunque si stupisce e ti dà consigli uguali e diversi e ti senti uno zibaldone da strada e temi di perdere di vista i consigli di una o due persone, le sole di cui ti fidi, perché lo hanno già vissuto e perché lo hanno vissuto come piace a te: fatti e non parole, a misura di se stessi, con umiltà e determinazione. Per quella gara, per quella prova, che tante energie ti toglie, ma altrettante motivazioni e risposte ti dà.

Fai un cammino di sfide e di tabelle – tabelle che ti ripassi e ti ristampi – anche se non riesci a seguirle e questo diventa il tuo nuovo ‘piano di studi’ per affrontare il test. Durante il cammino che precede lo Start fai nuove amicizie, anche in gara, con chi come te si sta preparando per affrontarlo la prima volta. Prendi le luci per la notte, provi i calzini tecnici che devono essere buoni contro le vesciche, provi le scarpe nuove, pensi agli integratori – perché senza quelli, dicono, non si può – ti alleni da sola o con qualche compagno, ogni tanto con Rita e Andrea che lo correranno con te. Ma il Passatore allenarlo con qualcuno è pressoché impossibile. Troppo tempo prima, troppi programmi difficili da seguire e da concordare, troppe diversità ed esigenze da appaiare. Alla fine, lì, sei tu, sei solo con le tue risorse e riserve, ti devi bastare. In fondo non potrai sapere se riuscirai, se taglierai quel mitico traguardo, puoi sapere che lo vuoi con intensità, ma non puoi immaginare come andrà. Un cammino amoroso, ti dici, come nutrire un rapporto di coppia, tu e il tuo Passatore.

11 giorni allo Start e ti ripeti che questa meta era ed è un tuo desiderio e un tuo sogno già prima che corressi la prima maratona, diciamo dal momento in cui hai iniziato ad allenarti con più consapevolezza. Uno Start che si affronta a tappe progressive, lungo itinerari che nessun tom tom potrebbe individuare, perché i nomi delle fasi, dei paesi, delle strade li conosce solo chi corre a piedi: Lidense; Tre comuni; Panoramica (Palombara sabina – Tivoli); Maratona di San Valentino a Terni; Strasimeno a Castiglion del Lago; Lungo di Rieti; Maratona di Roma 2018; Lunghissimo di Rieti. Senza tralasciare gli allenamenti in solitaria, come i 60 km alla ciclabile del 28 aprile scorso. “Allenati anche da sola, fortifica testa e gambe”, ti era stato suggerito, e ora sai quanto sia stato vero e utilissimo. Perché è così che ti svuoti via via di ogni pensiero superfluo, silenziando i sensi di colpa interiori per i ‘dovrei fare’ e i ‘dovrei essere’, provandoti da sola quasi a 360°. Sei alla 9a settimana ma non partorirai prima della 12a e nella testa ti ruota la tabella dei km settimanali e dei lunghi ormai brevi del weekend (Pizzolato, carico medio): a suon di 25/30 km, 20/20, 13/20, GARA. L’avventura vera deve ancora iniziare. E con essa la fatica che puoi allenarti a controllare, ricordandoti che la conosci abbastanza, che avete avuto diversi incontri frontali, che ti fa compagnia ogni giorno, ogni volta che parti sulle scarpette da corsa. A ogni distanza, ma mai ancora per 100 km. Ricordandoti sempre, come diceva il tuo istruttore di HwaRangDo, che non potrai mai allenarti ad allenarti, ma solo e sempre allenarti!

 

Durante

Si parte alle 15 di sabato 26 giugno da un’affollata piazza Duomo a Firenze, gremita di runners di diverse nazionalità, 3066 iscritti, 2946 alla partenza, che si uniscono ai turisti ignari e smarriti e agli accompagnatori in bici, novità di quest’anno. Gli ultimi accaldati aggiustamenti dell’equipaggiamento, tremila corridori circa che si sistemano canottiere, mutande (chi corre sa che si perde, via via, quasi ogni pudore), marsupi, zaini, cerotti; si spalmano vasilina, solare (la temperatura segnerà più di 30° almeno fino a Borgo San Lorenzo); controllano integratori, e antidolorifici e tutto il bagaglio a mano. Si parte per un viaggio sulle gambe e sui piedi, ognuno con i propri tempi e modi. Una partenza che fa trepidare, quando poco prima della verifica chip sul tappeto sotto il gonfiabile, incontri gli amici che non avevi ancora visto, un abbraccio e un in bocca al lupo, l’emozione che scalda ancora di più, i battiti che salgono fino alla gola e fino agli occhi. Si parte e si parte un po’ a singhiozzo, difficile che tutta quella folla possa scorrere liscia nelle vie strette, la gente ai lati fa il tifo, ci sei anche tu; per pochissimi istanti ti senti dentro quella storia, che è stata di tanti e di tanti torna ad essere e ora è anche la tua. Ma l’emozione cede poi alla concentrazione, alla ricerca del ritmo, alla paura di non farcela, di non arrivare alla fine. Non sei sola, è vero, correrai dall’inizio alla fine con Rita e con Andrea, che dalla Colla si sgancerà per allungare il passo e arriverà due ore prima. Man mano che i metri e i primi km cominciano a scorrere sei frastornata dai luoghi, dai passi degli altri, dai ristori, dalla gente, dal caldo infuocato, da tante sensazioni contrastanti, che infine riuscirai a placare per fare questo viaggio più libera e leggera che mai. Hai in mente, senza ricordarli bene, i ‘cancelli orari’ stabiliti da regolamento:

Km 32 – Borgo San Lorenzo – ore 21.15 (tempo massimo 6:15);

Km 48 – Passo Colla – ore 1.20 (tempo massimo 10:20);

Km 65 – Marradi – ore 4.30 (tempo massimo 13:30);

Km 88 Brisighella – ore 9.30 (tempo massimo 18:30)

ARRIVO:  Faenza, Piazza del Popolo – Conclusione ore 11.00 di domenica 27 maggio 2018. Tempo massimo 20 ore.

 

All’arrivo saremo 2417. Il vincitore del 2018, anno del mio primo Passatore, non sarà Calcaterra, con cui al mio arrivo riuscirò a fare una foto, ma Andrea Zambelli che taglierà il traguardo dopo 6h54’34’’. Non me ne vorrà il vincitore, grandissimo, se per me il Passatore si identifica comunque con Re Giorgio, re di Roma e di Faenza. Rita e io al traguardo, al finish, siamo arrivate in 19 ore e 37’, appena dentro il tempo massimo di 20 ore. Ce l’abbiamo fatta. E abbiamo incontrato un grande Calcaterra molto provato, molto dimagrito, e claudicante, con un sguardo fragile e smarrito. Anche i top runners soffrono. Soprattutto a certe velocità.

cats

Durante questi 100 km la cartina con l’altimetria che ti eri stampata qualche tempo prima senza poter ri-conoscere  le tappe, neanche quelle più note, senti che la stai tracciando anche tu, non con la penna o con la matita, ma con i tuoi piedi e le tue sensazioni, con i ricordi vivi e palpitanti, che purtroppo si affievoliscono via via che il traguardo è oltrepassato. A Fiesole, dopo soli 7km e mezzo, ci aveva già superato Walter Fagnani, veterano della distanza, 94enne, alla sua 45° edizione, conclusa in 18 ore (1h 40’ prima di noi); c’era già stato un ristoro ed era appena lo spuntare di una grande giornata, unica anche se tornerai a riviverla, perché se non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, non si corre mai due volte sulla stessa strada, filosoficamente, è chiaro, ogni volta sarà nuova e diversa. A Saletta (12 km) ti dici che un decimo è fatto e che comunque da ora in poi non conterai più quello che manca, perché vuoi goderti il cammino ancora sconosciuto, passo passo, hic et nunc, qui e ora, solo e sempre. Vetta le Croci, Polcanto, Fallona, non ricordi nemmeno se i km iniziano già ad essere segnati nero su giallo, perché forse, la segnaletica inizia a Borgo San Lorenzo, al km 31,5 dove arrivi dopo 5 ore e 17 minuti dalla partenza. Sono le otto e 20 circa di sera, hai già indossato la maglietta a maniche lunghe che, dietro consiglio di Giovanni ‘Terminator’ avevi piegato, piccola piccola, e messo nel marsupio da subito; inizia a imbrunire e la temperatura inizia a scendere e a dare un po’ di refrigerio. Hai già cominciato ad avere un bel mal di piedi, soprattutto al piede sinistro che soffre tutto intero da un po’ di tempo (ma ci penserai dopo il Passatore, magari basterà riposare). Hai già preso per questo un oky task e una compressa di aminoacidi ramificati, l’unica dopo le due inghiottite la mattina a colazione. La prossima grande meta è la Colla, verso la quale le salite si fanno più ripide ancora e si cammina soltanto. Ronta e Razzuolo che stanno in mezzo te le ricordi appena e forse solo perché hai già tirato fuori dal marsupio le luci per la notturna. Anche quelle ti è stato consigliato di portarle dietro, visto che non arriverai ai camion a cui si affidano gli zaini per il cambio di giorno Sembrano banalità, ma sono consigli essenziali, per chi quel viaggio la affronta la prima volta.

Sulla Colla la sera è più scura, il fresco tonificante, bevo il brodo che non mi piace come consigliato. Ritiro lo zaino e mi cambio. I rumori della notte, i grilli e il fiume Lamone in sottofondo, una poesia in suoni di cui mi aveva parlato con nostalgia Lorenzo, accompagnano e rilassano in modo meraviglioso; ci sono perfino le lucciole e sono vere non è un miraggio della fatica! L’atmosfera è bella almeno quanto il verde di prati e giardini scorsi di giorno fin lì, un susseguirsi di parchi splendidi con alberi maestosi e incantevoli che si scorgono ai lati come opere d’arte in un museo a cielo aperto. Penso con insistenza che ci tornerò, altroché! Questo viaggio ti incanta. E proseguirlo di notte ti inebria, riesci perfino a sistemarti le luci in modo comodo, la più grande al collo che va bene lo stesso e non sulla fronte dove ti è insopportabile. Una strana calma inizia ad abitarti. Il traffico è pochissimo, pochissime le auto che accompagnano i runners e anche le bici, che alla partenza hanno disturbato i coraggiosi appiedati del Passatore e ora sono rade e diluite lungo i tempi e i km differenti di ciascuna coppia di piedi e di gambe.

Dopo la Colla, è vero, si comincia a scendere e a pianeggiare. Da lì ritroviamo due compagni che avevano accelerato troppo e non ce la fanno più. Ci aiutano anche quando Rita non si sente bene, ha la nausea e deve fermarsi. La temperatura fresca è di grande aiuto e la quiete notturna spinge avanti. Non ho sonno, non soffro la notte. Dopo la Colla ricordo solo Casaglia, qualche km dopo, Crespino e Fantino sono del tutto svaniti nella mia mente. Ricordo bene invece Marradi, al 65° km, dove mi cambio le scarpe, perché quelle usate fin lì mi sembrano all’improvviso del tutto scariche. Mi fermo perfino a farmi fare un massaggio alle gambe e alle cosce. Secondo oky task, sempre per i piedi tutti doloranti, ma senza vesciche. Così, ritemprata, riparto. Sono già trascorse 12 ore e mezzo dalla partenza. Sono lenta, lo so, ma sto ancora bene. Mi fermo ai ristori a bere e a mangiare un pezzo di banana, ascolto ancora i consigli degli amici preziosi: non aspettare la sete e la fame, integra sempre… Gli amici che mi seguivano da casa mi diranno che in quel punto si perdevano le mie tracce e pensavano mi fossi ritirata. No, ero stesa sul lettino dei massaggi, sotto una tenda, dove tanto personale gentile ha fatto la notte con noi e per noi. Grazie davvero.

San Cassiamo, 76° km, 14 ore e 56’ dalla partenza del giorno prima. Sono ormai le sei di domenica mattina ed è di nuovo giorno. Sogno o son desta! La luce che torna è bella anche lei dopo le tenebre suggestive delle tappe precedenti. Inizio a sentirmi strana, mi sembra quasi di potermi addormentare in piedi e in cammino, non capisco se sbando per il sonno o perché sto cadendo a terra. Intanto, il sole si è alzato e inizia di nuovo a farsi caldo, troppo caldo, sul collo e sulla testa ed è afoso per via della nebbia. Rita mi deve aiutare, mi scorta. Siamo quasi all’80° km e mi costringe quasi a prendermi un 3° oky perché sento dolori al collo, sulle spalle, a parte i soliti piedi, che comunque non smettono di sostenermi. Ci fermiamo a un bar lungo la strada dove Rita chiede un po’ di miele e una lattina di coca cola, non abbiamo soldi, io avevo due euro ma sono così stordita da non riuscire a trovarli. I proprietari, un ragazzo e una ragazza, sono carinissimi non vogliono niente, ci applaudono, ci incoraggiano, lei mi abbraccia e mi bacia con affetto. Piano piano mi riprendo, mi metto il miele sotto la lingua e sorseggio la coca cola dalla lattina pigramente, ascoltando le indicazioni di Rita, malgrado la mia testardaggine. Proseguiamo, di nuovo sotto un sole caldo, la fatica inizia a farsi sentire e la frenesia di arrivare a Brisighella, da dove mancano (solo) 12 km all’arrivo. A meno 15 km tiro fuori il cellulare e scrivo a Nice a che punto siamo, perché so che ci aspetta all’arrivo già da un po’. Sono i km più lunghi, estendibili, infiniti… A Brisighella (17 ore e 43’ del viaggio) beviamo, chiediamo se i top runners si fermano anche loro ai ristori (no, per la cronaca, qualcuno gli porge l’acqua mentre proseguono di corsa) e andiamo avanti. Dietro di me vedo una ragazza giovane affaticata, le offro la bustina di miele che non avevo aperto e facciamo un po’ di strada insieme. Ma quando mancano ormai 10 km e poi via via, lentamente, sempre meno la stanchezza diventa irritazione e fatica a sopportare chiunque e a sostenere chiunque. Dico a Rita che da lì in poi posso aspettare solo lei, perché non ce la faccio più. La calura del giorno prima alle 15 si è ripresentata dopo le sette del mattino intensa e afosa. Siamo verso la fine, vogliamo chiudere e vogliamo la nostra medaglia. Vogliamo arrivare nei tempi. A meno 15km acceleriamo e lasciamo indietro i due compagni ritrovati sulla Colla, ancora troppo propensi a chiacchierare e a perdere tempo. Mi perdoneranno, ormai  la modalità ‘risparmio energetico’ per me, per noi due, è vitale. Da lì in poi Rita mi fa da personal trainer dicendomi quando correre e quando recuperare. Il sole è cocente, ci rincuorano i ristori spontanei, fuori dalle case, con i bambini che ti offrono da bere. Chiediamo un po’ d’acqua anche a una signora affacciata alla finestra. Il centro di Faenza è più vicino, ma gli ultimi 10 km sono tutto un rettilineo infuocato e indistinto; da Errano mancano 6 km ancora, sembra di avere i miraggi come nel deserto, forse li hai davvero. Inizi a incontrare gente che ti incoraggia perché è fatta, è finita, ma anche tu lo sei. Raggiungi un terzo compagno di viaggio, amico dei due lasciati un po’ dietro, che si era anche lui avvantaggiato, per non perdere la medaglia. Arriveremo insieme.

La piazza del ‘finish’ non si vede nemmeno quando mancano tre e due km. Lo scoraggiamento è a un passo da lì. Altroché fine. La fine sta solo dopo il gonfiabile dell’arrivo. E gli ultimi mille metri sono interminabili ma anche frenetici, riprendiamo a correre, ci diamo la mano, quasi sotto il gonfiabile, che finalmente scorgiamo, c’è il gruppo di Cat sport, ci dispiace, ma li superiamo e quando stiamo per passare sul tappeto dell’arrivo sentiamo Nice che urla nella nostra direziona al di là della transenna per il pubblico. Siamo davvero arrivati, il bip è suonato: 19 ore e 37’, l’emozione è tantissima, le lacrime scendono, vado ad abbracciare Nice che ci ha accompagnato e sostenuto in questo splendido viaggio. Infine ce l’abbiamo fatta. Solo il venerdì prima avevo fotografato l’arrivo ancora sigillato scherzando sul fatto che ora lo vedevo ed era l’unica certezza, dopo non potevo dirlo. Ci raggiunge anche il nostro grande Giovanni, che il suo secondo Passatore lo ha concluso in 13 ore e Andrea che dalla Colla aveva preso un bel fugone. Ci abbracciamo. Ascoltiamo le indicazioni di chi regge meglio sulle gambe. Medaglia, consegna del chip che non riesci a sfilarti dalla scarpa, ritiro degli zaini e dei vini premio. La fila per la stampa diplomi è troppo lunga e lenta e mentre siamo li un runner sta collassando, lo avevamo visto arrivare tutto storto. Approfittiamo per rubare una foto con Calcaterra che è qui per le premiazioni. Rinunciamo al diploma, almeno per il momento. Salutiamo di nuovo Giovanni e Nice che ripartono per Roma e torniamo alla macchina e al nostro B&B.

Incredibile, lungo, faticoso, stupendo! Il nostro Passatore. Il primo, irripetibile. Come lui nessuno mai. E già mi manca.

 

Dopo

Il Dopo è breve. Sei passata sotto l’arco trionfale dell’arrivo, della fine dei 100. Ora come ora non sai nemmeno come sia possibile e se è stato solo uno dei tanti sogni che affollano la tua mente. Però, c’è un fatto: ti senti in vacanza come dopo la maturità o dopo un esame all’università. Poi, ho voluto esagerare, sì. Con il mio Passatore. Ho creato un piccolo post su Fb, un video emozionante della partenza fatto da Andrea, un video dell’arrivo di Rita e mio con quell’amico di viaggio, di cui non ricordo il nome e poi un po’ di foto, del prima, del giorno della partenza e dell’arrivo. Mi sembra ancora impossibile; eppure, mi pare già lontano, troppo lontano. Avevo detto: ‘una volta e basta’ e invece, poi, sono stata travolta dalla meraviglia. ‘Si può preparare e si può organizzare meglio’, mi sono detta, ‘ora mi conosco molto di più’. Perché il Passatore non è una gara unica, non è uno straordinario evento, una girandola di colori di emozioni di persone, ma è tutto questo ed è anche quel viaggio che ognuno corre e vive a modo proprio, dentro e fuori di sé, con tempi propri, i miei appena dentro i limiti massimi, e non puoi sapere cosa significhi davvero prima di affrontarlo. Anche se cammini tanto, puoi farlo solo se allenato, almeno io.

Il Passatore è come un grande amore che ti prende al cuore senza una ragionevole ragione, solo (se fosse poco) perché è lui e perché è così. Ti prepari come puoi per incontrarlo, per essere alla sua altezza e non puoi essere certo che ti corrisponderà, ma tu ne sei innamorata e ti basta vederlo, lì per lì, ma subito dopo non ti basta più. Lui, l’amore, il Passatore, da par suo, se lo rispetti, ti rispetta proprio per come sei tu e ti mostra a te stesso, da solo anche in mezzo a tutti gli altri. Durante il cammino la passione si mescola – come da tradizione cortese – a sofferenza, sconforto, dolori di vari tipi, pensieri che si affollano, ma non cambi idea su di lui: sempre degno della stima che ne hai e della passione, anzi sempre di più, sempre meglio, sempre più bello. Non cambia per te, non si adatta a te per semplificarti le cose. Perché, poi, l’amore non pretende che l’altro cambi per te, se no, che amore è? Ognuno resta se stesso, si rispetta, si guarda pure in lontananza, si adatta, si comprende e lungo il viaggio, che dura quanto deve, l’amore si trasforma e ti trasforma. Ti fa più bello e più ricco. Anche se poi tu torni a Roma e lui, il tuo Passatore, resta lì, a testa alta. Benevolo e guardingo, pronto per il prossimo incontro. Si dà a tutti, a ciascuno in modo diverso, a nessuno in quantità o in qualità minore. L’amore è infinito, non ha limiti, tranne quelli che gli poniamo noi, continua a rivelarti te stesso. Anche distanti, anche diversi, anche in modo non univoco. Perché il Passatore può e sa farlo. Allora, viva l’amore e viva il Passatore, altroché se l’ho amato e se continua  farmi battere il cuore!

(…) “Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

(Giovanni Pascoli, Romagna)

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